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JEAN PIAGET- “padre della psicologia infantile” Equilibrio.

Dajalumi-Laboratorio psicopedagogico -A cura della dott.ssa Claudia Circi - Per meglio capire la natura e l’essenza degli individui, volgiamo lo sguardo agli studi fatti dal “padre della psicologia infantile”. Piaget parla, per descrivere il soggetto, in termini di “equilibrio”. La parola equilibrio potrebbe essere intesa, intuitivamente, come un qualcosa che rimanda ad un concetto di stasi. Certo che, parlando in termini di evoluzione e formazione, sarebbe incoerente spiegarsi con espressioni che indicano un moto statico. Esiste però anche un concetto di equilibrio dinamico e questo sussiste solo se l’oggetto che si osserva è in movimento.

 

Il corpo, come tutte le cose, è in continua metamorfosi; partendo da un progetto genetico e adattandosi , in minima parte agli eventi esterni, esso cambia continuamente. Il suo sviluppo parte da una forma embrionale che raggiunge la sua forma finale e subito comincia a decadere perseguendo una forma di evoluzione regressiva. Potremmo disegnare il percorso dello sviluppo fisico con una parabola su un piano cartesiano. A differenza lo sviluppo intellettivo arrivato al culmine non si avvia alla decadenza ma apre la via ad un progresso spirituale che nulla ha di contraddittorio con il corpo che invecchia. Lo sviluppo psichico, partendo da una situazione embrionale, ed essendo anch’esso geneticamente programmato, risente maggiormente degli elementi esterni che creano, in questi percorsi, delle situazioni di squilibrio che si avvertono dal soggetto sotto forma di insoddisfazione, quindi il bisogno di riequilibrarsi elaborando delle strutture cognitive che si costruiscono man mano che i bisogni si presentano, formando delle edificazioni che tendono costantemente ad una stabilità sempre maggiore.

Claparéde, a cui Piaget fa riferimento, sostiene che un bisogno è sempre la manifestazione di uno squilibrio: si ha un bisogno quando qualche cosa al di fuori di noi o dentro di noi si è modificato, e quando si tratta di riadattare la condotta in funzione di questo cambiamento. La fame o la stanchezza per esempio, determinano la ricerca del nutrimento o del riposo;l’incontro con un oggetto esterno provocherà il bisogno di giocare; una parola altrui ecciterà il bisogno di imitare, di simpatizzare, oppure la riserva o l’opposizione. L’azione si conclude quando i bisogni vengono soddisfatti, cioè quando si è ristabilito l’equilibrio tra il fatto nuovo e la nostra organizzazione mentale. Nel momento in cui si presenterà un’altra novità provocherà nell’individuo un nuovo dissesto psichico che tenderà ancora ad equilibrarsi in maniera sempre più stabile e così via, man mano che gli eventi accadono.

Lo stesso Piaget sottolinea l’importanza di non trascurare il concetto di continuità nell’azione educativa.

La scuola dovrebbe rispettare particolarmente questa esigenza cercando di evitare di proporre agli alunni esperienze troppo lontane dal loro vissuto. Se così non fosse, l’istituzione scolastica creerebbe negli individui dei vuoti incolmabili, nei rispettivi percorsi di sviluppo, creando situazioni di enorme disagio interiore. Se un bambino non sa contare non gli si può chiedere di comprendere il concetto della moltiplicazione, se questo bambino vive in una zona di montagna non è corretto chiedergli un compito di descrizione della vita sulla spiaggia di settembre, solo perché è stata letta in classe una pagina sull’argomento;anche perché è molto probabile che un bambino, che vive in montagna, non ci sia mai stato in spiaggia a settembre e non senta neanche il bisogno di costruire in maniera romantica, nella sua mente, l’immagine di una spiaggia dove prima c’erano gli ombrelloni ed ora non ci sono più.

Un intervento educativo sbagliato, anche da parte della famiglia che spesso considera il bambino per quello che vorrebbe che fosse e non per quello che realmente è, provoca frustrazione interiore, la convinzione di non essere “giusti”, la demotivazione all’apprendimento fino ad arrivare, in alcuni casi, al disadattamento sociale.

Per Piaget, a quanto emerge dalla sua analisi, tutti quanti i bambini attraversano, grosso modo, gli stessi stadi, nello stesso ordine. Inoltre ogni stadio implica una radicale riorganizzazione così profonda da impedire all’individuo di accedere nuovamente alle sue forme interpretative precedenti.

Lo psicologo ginevrino con i suoi studi ha costruito le basi per far comprendere all’umanità che nell’educare esiste un percorso da conoscere, valutare, seguire e rispettare.

Piaget per primo ha intuito che esiste, per quanto riguarda lo sviluppo, una logica sequenziale. Si tratta di un processo lineare in cui un apprendimento si aggiunge ad un altro e così via.

L’immagine piagettiana della “costruzione infantile del mondo” si è rivelata sorprendentemente solida e rappresenta, forse, il suo più notevole contributo scientifico.

Claudia Circi

BIBLIOGRAFIA

-JEAN PIAGET, Psicologia e sviluppo mentale del bambino,Traduzione Elena Zamorani

-AMOS OZ, Lo stesso mare, Universale Economica Feltrinelli

-ADRIANO FERRARI, GIOVANNI CIONI, Le forme spastiche della paralisi cerebrale infantile,Springer

-FELICE MORO,Famiglia e scuola. Il recupero dello svantaggio come antidoto contro la dispersione scolastica e il disagio giovanile,Franco Angeli s.r.l.

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