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Madri che allattano smartphone: quella sana frustrazione che aiuta a crescere (Parte 2)

di Vittorio Visco, Psicologo

Esiste davvero una frustrazione sana che può aiutare un bambino a progredire verso il più auspicabile sviluppo psichico ed emotivo? La seconda parte di Madri che allattano con smarthphone

 

Rieccomi dopo una breve pausa riflessiva che mi ha dato la possibilità di raccogliere le idee, per scrivere la seconda parte di questo articolo. Ci eravamo lasciati vedendo come un'accurata attenzione rivolta alle interazioni madre-figlio, possa aiutare quest'ultimo nel suo sviluppo psicofisico. Questa volta, invece, vorrei approfondire meglio come si possa diventare davvero d'aiuto per lo sviluppo della cosiddetta “complessità emotiva” del proprio bambino. Parlo di quella capacità di cogliere le sfumature emotive nei rapporti interpersonali, che lo aiuteranno a costruirsi legami affettivi sani sino all'età adulta. Un qualcosa che gli permetterà di percepire il bello ed il brutto della vita, il buono ed il cattivo di ciascuna relazione, che lo aiuterà ad apprezzare i pregi dei suoi cari, ma anche ad amarne i difetti. Una visione di insieme capace di dotarlo di strumenti per comprendere che nella sua vita non ci saranno solamente due colori, il bianco ed il nero, ma una vasta gamma di variazioni cromatiche ammirabili nei dettagli. Nulla sarà più totalmente giusto o totalmente sbagliato, ma si rivelerà apprezzabile in base alle sue caratteristiche peculiari.

Ogni bambino, infatti, come ci illustra la psicoanalista Melanie Klein, verrebbe al mondo con la capacità di valutare le esperienze che fa, solo come buone o cattive. Questa dicotomia risulterebbe molto spiccata alla nascita, quando il lattante sarebbe in grado di valutare la bontà delle sue esperienze solamente in merito alla possibilità che esse possano o meno soddisfare i suoi bisogni. Chiaramente, in virtù di quanto detto nel precedente articolo, il bisogno primario del nascituro sarebbe appunto il nutrimento, ed è proprio per questo che la Klein parla di “seno buono” e di “seno cattivo”. Il primo (come d'altronde possa essere facile da immaginare) sarebbe capace di soddisfare la fame del piccolo, mentre quello cattivo verrebbe legato al mancato soddisfacimento di tale bisogno. Un bambino che non riesce ad appagare la sua fame non sarà certo contento di questa situazione e si farebbe scudo di tale bisogno rimasto insoddisfatto, allontanandone la causa dalla sua vita interiore, ovvero il seno cattivo. Si prospetterebbe così una situazione che descriverebbe come ogni esperienza buona acquisirebbe un valore positivo da assimilare nel suo spazio mentale, mentre, quelle cattive (come la fame appunto) andrebbero proiettate al di fuori di sé per proteggersene. La prospettiva evolutiva appena descritta, organizzerebbe il primo stadio evolutivo che il bambino percorre e con il quale potrà iniziare a costruirsi un rudimentale rapporto con la realtà esterna, costituita per ora solo da seni buoni o seni cattivi.

Verso i quattro mesi invece, e qui la prescrizione temporale è del tutto indicativa, inizierebbe a comprendere che il soddisfacimento della sua fame non avverrebbe più per sommi capi, quindi solo da un seno miracolosamente buono, ma anche dall'oggetto che la placa, ovvero il latte, veicolato a sua volta da colei (la madre) che glie lo offre attraverso l'allattamento. Il piccolo riuscirebbe così a far propria una più accurata concezione del mondo che lo circonda, nel quale vi sia una donna che si prenda cura di lui e che soddisfi i suoi bisogni con l'allattamento. Ecco che il miracolo della conoscenza di una persona capace di amarlo prenderebbe forma, palesandosi nella sua mente. Ora la sua attenzione, precedentemente rivolta solo al seno, si sposterebbe verso la figura completa della madre, preoccupandosi di ammirarne il sorriso, scambiarci degli sguardi e giocare con il suo seno anche senza succhiarlo perché, ora in lui, non ci sarebbe più la concezione primordiale dell'esistenza esclusiva di un seno buono o di un seno cattivo, ma di una persona affettuosa che li racchiuderebbe entrambi in sé e con cui costruire un rapporto che vada al di là del semplice placare la fame.

Va pian piano definendosi così il secondo gradino dello sviluppo psicologico del bambino, che lo aiuterà nella scoperta di un mondo fatto di affetti, non più regolato solamente dai suoi bisogni fisici, ma anche e soprattutto dai suoi bisogni affettivi. Nascerà ora in lui la paura che quel legame possa dissolversi, smarrirsi, donandogli quella sana mentalizzazione di quanto valga un rapporto affettivo, predisponendolo verso una tolleranza dei bisogni fisici qualora non venissero immediatamente soddisfatti. Diverrà quindi in grado di integrare emozioni negative e positive, dove queste ultime lo aiuteranno a tollerare le esperienze frustranti. Le situazioni dolorose non saranno più allontanate dalla sua vita psichica, ma integrate in essa. La visione del mondo in bianco e nero che prevedeva solo un seno buono ed uno cattivo, potrà finalmente essere soppiantata da una prospettiva capace di fargli notare ogni sfumatura, per viverne ogni colore a pieno. È questo il processo alla base dell'acquisizione della complessità emotiva, che lo sosterrà nell'affrontare le esperienze emotivamente complesse che la vita gli sottoporrà.

Si tratta di un dono che ogni madre può fare al proprio figlio, ma rappresenta un dono difficile da offrire, un qualcosa che le prostri dinnanzi alla sperimentazione della frustrazione di non sentirsi madri perfette, ma “sufficientemente buone”. Il non prendersi cura in modo così intrusivo e maniacale del bambino è forse il più grande regalo che ogni mamma può fargli. Donargli qualche minuto di attesa dalla richiesta della poppata... donargli qualche sano capriccio nel momento in cui inizia a manifestare, con il pianto, il suo dissenso dallo stare da solo nella culla... donargli queste piccole frustrazioni, significa donargli i colori della vita. Significa dotarlo di un paio di lenti figurate che gli permettano di riconoscere il mondo e il valore vero degli affetti, dell'amore, dei legami.

Non è forse così? Non è forse vero che ogni cosa meravigliosa è tale proprio perché in essa si nascondono dei piccoli difetti? Non è forse vero che è proprio per via di quei piccoli difetti che scegliamo le persone di cui ci innamoriamo?

L'amore sarà sempre, meravigliosamente imperfetto...

 

 

Bibliografia:

-Klein M. (1932). La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze, 1969.

-Klein M. (1961). analisi di un bambino, Boringhieri, Torino, 1971.

pagina facebook del dott. Vittorio Visco

Ultima modifica il Domenica, 12 Febbraio 2017 16:22
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