Chi ama il lupo, ha spesso una stampa su tela in casa, in ufficio e spera di poter avere un incontro ravvicinato con lui. E in Italia è possibile, in alcune zone.
L’Abruzzo, ad esempio, oltre splendidi animali come l’orso, l’Aquila reale, il camoscio e tanti altre meraviglie, ha il privilegio di ospitare nel parco della Majella una popolazione di lupi appenninici. 40-50 esemplari stabili, raggruppati in 11 branchi, oltre alcuni isolati erranti per un totale di 70 - 80 lupi.
Il lupo è predatore di grandi erbivori, ha la capacità di adattarsi, però, a seconda di quello che offre il territorio in abbondanza, è disposto a cambiare ‘menu’.
In Italia come in Abruzzo, le sue abitudini alimentari sono mutate, preferendo le prede selvatiche, in particolare ungulati selvatici di taglia grossa, come i caprioli e cinghiali , cervi e camosci. I lupi sono importanti perché mantengono in equilibrio la fauna selvatica, limitando le dannose scorribande di ungulati.
Eppure, nonostante questo, il lupo viene perseguitato dalla mano dell'Uomo. Le cause principali di mortalità sono gli incidenti stradali (50% circa) e le uccisioni illegali (20% circa). Altra minaccia sono le ibridazione con cani randagi e inselvatichiti.
Per questo il lupo è oggetto di tutela a livello internazionale e nazionale; la specie è inserita nell'allegato 2 della convenzione di Berna (“Specie di fauna rigorosamente protette” e negli allegati 2 (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”) e 4 (“Specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa”) della Direttiva Habitat, negli allegati A e B della Convenzione di Washington (CITIES) e nell'articolo 2 della legge Nazionale 157/92 (“ Specie particolarmente protette”).
Ma questo pare che non sia ancora sufficiente a difenderli totalmente anche se cresce la sensibilità.
Sarà per le favole dei fratelli Grimm o vecchie leggende, il lupo è stato sempre perseguitato e dipinto come pericoloso e estremamente aggressivo. Dagli inizi del Novecento si accentuarono le persecuzioni, già danneggiato anche dalla forte riduzione della superficie forestale.
Dopo la seconda guerra mondiale la situazione divenne sempre più grave, e il numero dei lupi grigi appenninici si ridusse fino a 100 individui.
Dal 1971 però, la protezione della specie, il graduale incremento delle prede selvatiche, l'abbandono delle zone montane da parte della popolazione umana residente e una sempre maggiore sensibilità del pubblico, permisero la ripresa numerica della popolazione.
Nel 1972 Luigi Boitani ed Erik Zimen furono incaricati di eseguire la prima indagine italiana sulla situazione del lupo grigio appenninico in un'area che si estendeva dai Monti Sibillini (a nord) fino alla Sila (a sud). Le prime politiche di conservazione favorirono l'aumento della popolazione. Nel 1971 partì la campagna del Parco Nazionale d'Abruzzo e del WWF chiamata "Operazione San Francesco" e il 23 luglio, con decreto ministeriale, fu tolto dall'elenco delle specie nocive, cosa che ne rendeva possibile la caccia tutto l'anno e l'uso dei bocconi avvelenati. Il 22 novembre 1976, grazie a un decreto del ministro all'agricoltura e alle foreste Giovanni Marcora, venne inserito fra le specie protette.
Nei primi anni ottanta una nuova indagine stimò il numero degli esemplari in circa 220-240 individui, in espansione. Negli anni novanta nuove stime portarono il numero a circa 400 lupi, con in più il ripopolamento di zone, come le Alpi Occidentali, dalle quali questi animali erano scomparsi da quasi un secolo.
L'11 febbraio 1992 la legge sulla caccia n. 157 lo classificò come "specie particolarmente protetta", prevedendo il carcere per chi uccidesse un lupo.
Contemporaneamente rinascevano comportamenti persecutori. Al fine di monitorare e sostenere la ripresa, è stato istituito il Wolf Appennine Center (WAC) centro permanente di riferimento istituzionale per la gestione del lupo su scala interregionale istituito presso il parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano.