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Mercoledì, 19 Agosto 2026 19:06

Primarie: Bibi e i suoi falchi ancora padroni del Likud

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«Un leader è qualcuno che conosce la strada, va sulla strada e mostra la strada.»
— John C. Maxwell

Primarie è la parola che, più di ogni altra, racconta in queste ore la contraddizione interna al Likud: un partito che conserva formalmente uno dei più significativi strumenti di partecipazione della politica israeliana, ma nel quale il potere del suo leader, Benjamin Netanyahu, continua a pesare in modo determinante sulla composizione della squadra con cui affronterà le prossime elezioni.

Il voto interno del Likud, svoltosi il 17 agosto 2026, non ha prodotto una rottura con il passato. Al contrario, ha mostrato una formazione politica ancora fortemente identificata con Bibi, con la sua leadership e con una cultura politica nella quale le posizioni più dure continuano ad avere un peso considerevole. Ma sarebbe riduttivo leggere il risultato soltanto come una vittoria personale di Netanyahu. Quello che emerge è qualcosa di più complesso: il Likud rimane nelle mani del suo leader, ma contemporaneamente mostra una trasformazione della propria classe dirigente, una radicalizzazione di una parte della base e una crescente distanza fra ciò che desiderano gli iscritti e ciò che potrebbe essere necessario per conquistare gli elettori moderati.

La posta in gioco, del resto, non riguarda soltanto la graduatoria interna dei candidati. Il Likud si prepara alle elezioni nazionali previste per il 27 ottobre e Netanyahu deve affrontare una situazione assai più difficile rispetto a quella di qualche anno fa. Il partito ha perso consenso dopo l'attacco del 7 ottobre 2023 e dopo anni segnati dalla guerra, dalle tensioni sociali e dalle controversie sulla direzione politica del governo. Secondo un'analisi Reuters pubblicata alla vigilia delle primarie, il rischio per Netanyahu è che una lista percepita come troppo spostata a destra possa rafforzare la compattezza della base tradizionale ma contemporaneamente allontanare gli elettori centristi e moderati, decisivi per la conquista di una maggioranza parlamentare.
È precisamente qui che le primarie diventano qualcosa di più di una semplice procedura interna. Diventano una radiografia del Likud.
E la radiografia dice innanzitutto che Netanyahu conserva un controllo straordinario sul partito. Prima ancora del voto degli iscritti, infatti, il leader aveva ottenuto dal Comitato centrale la possibilità di intervenire direttamente sulla composizione della lista, con otto posti riservati entro i primi 29. La decisione aveva suscitato una forte discussione interna, perché modificava sensibilmente il rapporto fra il voto della base e la facoltà del leader di scegliere personalmente alcuni candidati.

Non si tratta di un dettaglio tecnico. In un sistema parlamentare come quello israeliano, nel quale il peso della lista di partito è fondamentale, decidere chi occupa le posizioni realisticamente eleggibili significa contribuire a decidere chi entrerà nella Knesset. La battaglia sui posti, dunque, è una battaglia sul futuro del partito.
Netanyahu lo sa perfettamente.
La sua strategia appare costruita su una doppia esigenza apparentemente contraddittoria: conservare il controllo sulla propria formazione politica e, nello stesso tempo, presentarsi agli elettori come il leader capace di guidare una coalizione sufficientemente ampia da tornare a governare.

Il problema è che le due esigenze non coincidono necessariamente.
La base militante del Likud tende infatti a premiare la fedeltà ideologica, la combattività e la continuità con la linea del governo. L'elettorato nazionale, invece, è molto più ampio e comprende persone che possono votare Likud senza condividere necessariamente tutte le posizioni più radicali espresse da alcuni suoi esponenti.

È questa la frattura che le primarie hanno reso visibile.
Già nei mesi precedenti al voto, sondaggi e consultazioni interne mostravano una situazione interessante: una parte consistente degli elettori del Likud appariva più moderata rispetto alla base organizzata del partito. Reuters ha rilevato una differenza significativa tra gli elettori del Likud e gli iscritti: mentre una maggioranza degli elettori si dichiarava favorevole a un governo più centrista, gli iscritti mostravano una maggiore disponibilità a proseguire lungo la strada dell'attuale coalizione di destra.

È una distanza politicamente pericolosa.
Perché un partito può vincere le primarie e perdere le elezioni.
Il fenomeno è tutt'altro che nuovo nella storia delle democrazie contemporanee. Le primarie tendono spesso a mobilitare gli elettori più motivati, più ideologizzati, più organizzati. L'elettorato generale, invece, comprende una fascia molto più larga di cittadini che decide il proprio voto sulla base di sicurezza, economia, leadership, fiducia, capacità amministrativa e percezione del futuro.

Nel caso israeliano, questa differenza assume una dimensione ancora più drammatica perché la società è sottoposta a una pressione straordinaria. La guerra di Gaza, le questioni relative al servizio militare degli ultraortodossi, la sicurezza nazionale, il rapporto fra governo e magistratura, le tensioni interne e la crisi di fiducia successiva al 7 ottobre costituiscono un insieme di questioni che rendono ogni elezione particolarmente polarizzata.

Il risultato delle primarie va quindi letto come un segnale, non come una sentenza definitiva.
Il segnale più evidente è che il Likud non sembra voler abbandonare Netanyahu. Ma, contemporaneamente, sembra voler rinnovare parte della propria classe dirigente e premiare figure che rappresentano in modo netto l'identità del partito.

Fra i nomi emersi con forza figurano esponenti come Amir Ohana, Yariv Levin, Miri Regev ed Eli Cohen, mentre altri politici più tradizionalmente considerati centrali nel partito hanno incontrato maggiori difficoltà. Già nelle consultazioni informali della cosiddetta Likudiada, Amir Ohana ed Eli Cohen erano risultati fra i più apprezzati dalla base.

Questo elemento merita attenzione.
Perché significa che il Likud non è semplicemente un partito che obbedisce a Netanyahu. È un partito nel quale esiste una cultura politica autonoma, fortemente nazionalista e orientata a difendere alcune delle trasformazioni istituzionali e ideologiche avviate negli ultimi anni.
Netanyahu rimane il vertice, ma sotto il vertice cresce una generazione politica che non necessariamente coincide con il vecchio Likud.
È forse questa la novità più importante.

Il Likud storico, quello di Menachem Begin, Ariel Sharon e delle grandi trasformazioni della destra israeliana, era certamente nazionalista, ma conteneva al proprio interno correnti differenti, sensibilità economiche e sociali diverse, pragmatiche e ideologiche. Il Likud contemporaneo appare invece sempre più definito dalla centralità della sicurezza, dalla contrapposizione con la sinistra, dalla diffidenza verso alcune istituzioni dello Stato e da una concezione molto combattiva del rapporto fra governo e opposizione.

Il risultato delle primarie potrebbe dunque rafforzare proprio questa evoluzione.
Non significa necessariamente che Netanyahu sia diventato più radicale. In molti casi la sua politica è stata caratterizzata da un pragmatismo estremamente sofisticato. Significa piuttosto che il leader deve governare una macchina politica nella quale la base può spingerlo verso posizioni più dure di quelle che egli stesso potrebbe ritenere utili in vista dell'elezione generale.

E qui torna il paradosso.
Bibi ha bisogno dei falchi per controllare il Likud, ma potrebbe avere bisogno dei moderati per vincere Israele.
È questa la vera partita.

La scelta di riservarsi posti nella lista può essere letta proprio come un tentativo di compensare la forza delle primarie. Netanyahu vuole mantenere una porta aperta verso candidati capaci di ampliare il consenso del partito oltre la sua base tradizionale. La strategia è comprensibile: se il voto interno premia soprattutto i candidati più vicini alla sensibilità militante, il leader può utilizzare i posti riservati per introdurre figure che ritiene più spendibili presso l'elettorato generale.
Ma questa soluzione produce un'altra conseguenza: riduce il potere effettivo della base.

E ogni volta che un leader aumenta il proprio controllo sulla lista, inevitabilmente cambia la natura della competizione interna.
Il Likud continua ad avere le primarie, dunque. Ma le primarie non sono più l'unico luogo nel quale si decide il partito.
È proprio questo il punto politico più interessante.

La democrazia interna non scompare, ma viene affiancata da una crescente personalizzazione della leadership. Netanyahu non è semplicemente il candidato del Likud: per una parte consistente della sua storia recente, è diventato il centro intorno al quale il Likud stesso viene definito.

Questo spiega anche perché la sua posizione rimanga così difficile da scalfire nonostante le critiche, le guerre, le proteste e le crisi politiche.
Bibi ha costruito una relazione con la propria base che non è soltanto elettorale. È identitaria.

Per molti militanti, votare Netanyahu significa votare una certa idea di Israele: forte sul piano militare, diffidente verso i nemici esterni, resistente alle pressioni internazionali e determinata a mantenere una precisa concezione della sovranità nazionale.

Ma proprio questa identificazione produce il rischio maggiore.
Quando un partito diventa fortemente identificato con una persona, ogni critica alla persona può essere percepita come una critica all'intero progetto politico. E quando la leadership diventa così centrale, il ricambio generazionale diventa difficile.

Il Likud si trova dunque davanti a una domanda che le primarie non hanno risolto: che cosa sarà il Likud dopo Netanyahu?
Per ora nessuno sembra avere una risposta convincente.
Alcuni possibili successori esistono, ma nessuno ha ancora costruito una leadership paragonabile a quella di Bibi. La stessa competizione interna è stata spesso assorbita dalla necessità di mantenere l'unità intorno al leader. Le primarie hanno mostrato nomi forti, ma non ancora un vero erede.

E forse è proprio questo il dato più significativo.
Il risultato non consegna soltanto una lista di candidati. Consegna una fotografia di un partito che, nel momento in cui avrebbe bisogno di interrogarsi sul proprio futuro, rimane ancora profondamente concentrato sul proprio presente.

Bibi resta il padrone della casa. I falchi sono ancora dentro la stanza.
Ma fuori dalla stanza c'è Israele.
Ci sono gli elettori che non partecipano alle primarie, i moderati, gli indecisi, coloro che hanno perso fiducia, coloro che chiedono sicurezza ma anche normalità, coloro che vogliono una leadership forte ma non necessariamente una politica sempre più polarizzata.

Ed è a loro che Netanyahu dovrà parlare il 27 ottobre.
Le primarie hanno dato al Likud una risposta interna: la base non vuole una rottura con Bibi.
Le elezioni nazionali daranno una risposta molto più difficile: quanto di quel Likud può diventare maggioranza nel Paese?

La distanza fra queste due risposte potrebbe decidere il futuro politico di Israele.
E forse, per la prima volta dopo molti anni, la domanda non sarà soltanto se Netanyahu riuscirà a sopravvivere politicamente.
La domanda sarà se il Likud riuscirà a sopravvivere politicamente a Netanyahu, trasformando la sua leadership da destino personale in una vera eredità di partito.

Perché un leader può controllare le primarie, scegliere i suoi uomini, orientare la lista e dominare il proprio partito.
Ma alla fine, nelle elezioni nazionali, la strada non la decide il leader: la decide il Paese.

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