La vicenda dell’ILVA non è soltanto una crisi industriale. È una delle più profonde contraddizioni della storia italiana contemporanea: una fabbrica indispensabile e insieme problematica, una fonte di lavoro e contemporaneamente una questione ambientale e sanitaria, un patrimonio industriale che lo Stato non riesce né a rilanciare definitivamente né a dismettere senza produrre conseguenze sociali ed economiche enormi.
A distanza di molti anni dall’esplosione giudiziaria e politica della crisi, il problema dell’ex ILVA è ancora aperto. E continua a riproporre la stessa domanda fondamentale: come mantenere una grande siderurgia a Taranto senza riprodurre quelle condizioni ambientali che hanno reso la fabbrica incompatibile con una parte della città?
Il punto, dunque, non è soltanto stabilire chi debba gestire o acquistare l’ILVA. Il punto è capire che cosa debba essere l’ILVA nel futuro.
Una storia che comincia molto prima della crisi
Per comprendere il problema bisogna liberarsi dall’idea che tutto sia cominciato nel momento in cui la magistratura intervenne sull’area industriale. Quella data rappresenta piuttosto la deflagrazione di una contraddizione accumulata nel tempo.
Lo stabilimento siderurgico di Taranto è diventato uno dei più grandi complessi industriali d’Europa e ha rappresentato per decenni una componente fondamentale dell’economia italiana. La siderurgia significava occupazione diretta, indotto, portualità, trasporti, servizi, competenze tecniche e identità industriale.
Ma la dimensione stessa dell’impianto ha prodotto un rapporto problematico con il territorio.
La fabbrica è cresciuta accanto alla città, fino a diventare quasi una città nella città. Una presenza gigantesca, visibile, fisica, economica e psicologica.
Da una parte il lavoro, la sicurezza economica, la dignità di generazioni di lavoratori.
Dall’altra la percezione di un ambiente profondamente trasformato dalla presenza dell’industria pesante.
Quando la crisi è esplosa, non si è quindi aperto soltanto un conflitto fra un'azienda e le istituzioni.
È emerso un conflitto molto più radicale: quello fra due idee di futuro.
Il paradosso dell’occupazione
La prima grande contraddizione è quella del lavoro.
Una fabbrica di queste dimensioni non può essere considerata una semplice attività privata. Il suo destino coinvolge lavoratori, famiglie, imprese dell’indotto e un'intera economia territoriale.
Ma, contemporaneamente, una popolazione non può essere chiamata a pagare il prezzo dell'occupazione attraverso il deterioramento delle condizioni ambientali.
Il dilemma è stato spesso formulato in maniera brutale:
lavoro o salute?
Ma questa formulazione è profondamente sbagliata.
Una società industrialmente evoluta dovrebbe considerare lavoro e salute come due diritti da proteggere contemporaneamente.
Se per mantenere l'occupazione bisogna accettare un danno ambientale, il modello industriale è fallimentare.
Se, al contrario, la tutela ambientale viene perseguita attraverso una chiusura improvvisa e non accompagnata da una reale alternativa produttiva, il risultato può essere altrettanto devastante.
La vera domanda è quindi un'altra:
è possibile produrre acciaio a Taranto senza produrre contemporaneamente il conflitto che ha accompagnato l’ILVA per decenni?
È questa la domanda alla quale nessuna soluzione provvisoria è riuscita finora a dare una risposta definitiva.
La salute non può essere una variabile negoziale
Questo è probabilmente il punto più delicato dell'intera questione.
Per anni il rapporto fra produzione industriale, emissioni e salute della popolazione è stato al centro di studi, discussioni, controversie e battaglie civili.
Il problema non può essere ridotto a una semplice questione quantitativa, come se bastasse stabilire una soglia numerica oltre la quale l'ambiente è pericoloso e al di sotto della quale diventa automaticamente sicuro.
Dietro ogni numero ci sono persone.
Ci sono famiglie.
Ci sono bambini.
Ci sono lavoratori.
C'è una città.
E soprattutto c'è il principio secondo cui la produzione economica non può trasformarsi in una forma indiretta di sacrificio umano.
Questo non significa sostenere che ogni industria sia incompatibile con la salute.
Significa esattamente il contrario: una grande industria moderna deve dimostrare di essere capace di produrre rispettando il territorio nel quale vive.
La vera modernizzazione non consiste quindi nel produrre di più.
Consiste nel produrre meglio.
Il fallimento delle soluzioni provvisorie
Una delle caratteristiche più impressionanti della storia dell’ILVA è la continua provvisorietà.
Commissariamenti, decreti, interventi pubblici, cambi societari, accordi, autorizzazioni, promesse di risanamento, piani industriali, trattative con investitori.
Ogni soluzione è stata presentata come necessaria per superare l'emergenza.
Ma l'emergenza è rimasta.
Questa successione rivela una difficoltà strutturale: nessun soggetto, pubblico o privato, è riuscito finora a conciliare stabilmente redditività, occupazione, ambientalizzazione e certezza normativa.
E quando un sistema non riesce a trovare una soluzione definitiva, continua a produrre soluzioni temporanee.
Ma l'emergenza permanente non è una politica industriale.
È soltanto una forma di rinvio.
Ogni rinvio aumenta il costo economico, sociale e umano della decisione successiva.
La questione ambientale
L'ambiente rappresenta il secondo grande nodo.
Non basta affermare che l'impianto sarà più pulito.
Bisogna stabilire concretamente che cosa significhi.
Quali tecnologie?
Quali investimenti?
Quali emissioni?
Quali tempi?
Quali controlli?
Quali responsabilità?
E soprattutto: chi garantisce che gli impegni vengano rispettati?
Una politica ambientale seria non può essere fondata soltanto sulle dichiarazioni.
Deve essere fondata sulla verificabilità.
Ogni promessa di riduzione dell'impatto deve poter essere controllata.
Ogni investimento deve produrre risultati misurabili.
Ogni autorizzazione deve essere accompagnata da responsabilità precise.
E ogni eventuale violazione deve avere conseguenze.
Solo in questo modo il rapporto fra industria e territorio può diventare un rapporto di fiducia.
La decarbonizzazione: una possibilità storica
Qui si apre forse la questione più importante per il futuro.
La trasformazione della siderurgia potrebbe rappresentare non soltanto una necessità ambientale, ma una straordinaria occasione industriale.
Il passaggio verso tecnologie meno dipendenti dal carbone e dagli impianti tradizionali potrebbe trasformare radicalmente lo stabilimento.
Non si tratterebbe semplicemente di "ripulire" la vecchia fabbrica.
Si tratterebbe di ripensarla.
Questo richiederebbe investimenti enormi, energia disponibile e competitiva, infrastrutture, ricerca, competenze tecniche e soprattutto una strategia industriale di lungo periodo.
La transizione ecologica non può essere soltanto uno slogan.
Deve diventare un progetto industriale.
Per Taranto potrebbe significare trasformare una delle sue più grandi fragilità in una possibilità di rinascita.
Ma per farlo occorre smettere di considerare l'ambientalizzazione come un costo aggiuntivo e iniziare a considerarla come un investimento sul futuro.
Il problema della proprietà
Anche la questione della proprietà è diventata una sorta di metafora dell'intera vicenda.
L'ILVA è stata negli anni oggetto di passaggi, trattative, commissariamenti e interventi pubblici.
Ma vendere l'ILVA non significa risolvere l'ILVA.
La proprietà è soltanto uno degli elementi.
Il vero interrogativo riguarda il piano industriale dell'acquirente, la capacità finanziaria, gli investimenti ambientali, la tutela occupazionale e soprattutto la capacità di assumere responsabilità verso un territorio che non può più permettersi promesse indefinite.
Non basta trovare qualcuno disposto a comprare la fabbrica.
Bisogna trovare qualcuno capace di trasformarla.
Taranto non può essere soltanto il luogo della siderurgia
C'è poi una questione ancora più profonda.
Taranto non è una fabbrica.
È una città.
Ha una storia millenaria, un patrimonio culturale e archeologico, un rapporto straordinario con il mare e una comunità che per generazioni ha convissuto con la grande industria.
La soluzione non può quindi essere soltanto interna ai cancelli dello stabilimento.
Occorre immaginare una nuova relazione fra fabbrica e città.
Questo significa bonifiche, ricerca, formazione, portualità, nuove imprese, tecnologie ambientali, economia del mare, cultura e turismo.
Ma attenzione anche all'errore opposto.
Non si può pensare che Taranto debba semplicemente sostituire l'industria con il turismo.
Una città complessa ha bisogno di una pluralità di economie.
La diversificazione non significa cancellare la siderurgia.
Significa impedire che una sola attività determini l'intero destino di una comunità.
L'errore storico: scegliere fra due estremi
Per troppo tempo il dibattito ha oscillato fra due posizioni opposte.
Da una parte:
«L'ILVA deve produrre, perché senza industria non c'è lavoro.»
Dall'altra:
«L'ILVA deve chiudere, perché la salute viene prima di tutto.»
Entrambe le frasi contengono una parte di verità.
Ma entrambe sono insufficienti.
La vera sfida è molto più difficile:
costruire una siderurgia che non abbia più bisogno di contrapporre il diritto al lavoro al diritto alla salute.
Questa è la misura della modernità industriale.
Una grande democrazia industriale non dovrebbe costringere i propri cittadini a scegliere fra salario e salute.
Dovrebbe garantire entrambi.
Un problema ancora irrisolto
Ecco perché l'ILVA rimane un problema irrisolto.
Non perché manchino decreti.
Non perché manchino commissari.
Non perché manchino investitori.
Non perché manchino studi.
Non perché manchino tribunali.
Manca ancora una visione complessiva capace di tenere insieme elementi che per troppo tempo sono stati trattati separatamente.
L'industria è stata considerata come problema economico.
L'inquinamento come problema ambientale.
La malattia come problema sanitario.
Gli operai come problema occupazionale.
La città come problema territoriale.
La magistratura come problema giudiziario.
Ma l'ILVA è tutte queste cose contemporaneamente.
Per questo ogni soluzione parziale genera una nuova crisi.
Se si pensa soltanto all'occupazione, ritorna il problema ambientale.
Se si pensa soltanto all'ambiente, esplode il problema occupazionale.
Se si pensa soltanto alla proprietà, resta irrisolto il modello produttivo.
Se si pensa soltanto alla produzione, torna il conflitto con la salute.
Se si pensa soltanto alla chiusura, bisogna rispondere alla domanda fondamentale:
che cosa viene dopo?
Ed è precisamente questo "dopo" che non è stato ancora costruito.
Forse il problema dell'ILVA non consiste soltanto nel decidere se una fabbrica debba continuare a produrre.
Il problema è stabilire quale rapporto vogliamo avere, nel XXI secolo, con la grande industria.
Per decenni abbiamo pensato allo sviluppo come crescita quantitativa: più produzione, più acciaio, più occupazione, più infrastrutture.
Oggi sappiamo che questa equazione non è più sufficiente.
Lo sviluppo deve includere la qualità dell'ambiente, la salute, la dignità del lavoro, la sostenibilità energetica e la possibilità per una comunità di riconoscersi nel proprio territorio.
La questione dell'ILVA diventa allora una questione nazionale.
Taranto è il luogo nel quale si manifesta, in forma drammatica, una contraddizione che riguarda tutta l'Italia: come restare un Paese industriale senza pagare il prezzo di una concezione industriale ormai superata.
La risposta non può essere né nostalgica né ideologica.
Non può consistere nel difendere semplicemente ciò che esiste.
E non può consistere neppure nella cancellazione della storia industriale della città.
Deve consistere nella trasformazione.
La vecchia alternativa — fabbrica oppure ambiente — deve essere superata.
La nuova alternativa dovrebbe essere molto più ambiziosa:
quale fabbrica, quale ambiente, quale lavoro, quale città?
La vera sfida non è dunque salvare l'ILVA così com'è.
È riuscire a trasformare ciò che l'ILVA ha rappresentato.
Perché una fabbrica può essere venduta, commissariata, ridimensionata o trasformata.
Una città, invece, rimane.
E rimangono le persone.
Rimane il territorio.
Rimane la memoria.
Rimane la responsabilità verso il futuro.
Per questo il problema dell'ILVA non è soltanto il destino di una fabbrica.
È il bilancio di un'epoca.
E forse la soluzione comincerà soltanto quando smetteremo di chiederci come mantenere in vita la vecchia ILVA e inizieremo a chiederci quale nuova industria vogliamo consegnare a Taranto.
Perché il vero successo non sarà avere salvato una fabbrica.
Sarà poter dire, un giorno, che finalmente il lavoro non è stato più messo contro la salute, l'industria contro la città e lo sviluppo contro il futuro.
Per aiutare Taranto non bastano i Giochi del Mediterraneo, così come per aiutare L'Aquila non basta nominarla Capitale della Cultura o, per Amatrice, partecipare alla commemorazione del terremoto. Servono politiche concrete, investimenti duraturi, bonifiche, servizi, lavoro, ricostruzione e una responsabilità istituzionale capace di andare oltre gli eventi simbolici e le celebrazioni.