Stampa questa pagina
Sabato, 07 Giugno 2025 16:52

Dalla pandemia alla profit-pandemia: Big Pharma svuota i magazzini Covid... sui gatti"

cds

“Segui il denaro.” – Deep Throat (Watergate)

Il 6 giugno 2025 sarà ricordato come il giorno in cui l’Italia ha finalmente autorizzato l’uso veterinario del Remdesivir – farmaco noto al grande pubblico per la sua corsa mediatica (e commerciale) contro il COVID-19 – per curare la FIP (peritonite infettiva felina), una malattia virale che uccide migliaia di gatti ogni anno. Ma dietro l’apparente conquista della scienza veterinaria si cela una verità scomoda: questa approvazione arriva fuori tempo massimo, più in funzione di un ciclo di mercato che di una reale preoccupazione per la salute animale.

Per anni, la molecola madre del Remdesivir, il GS-441524, ha dimostrato risultati clinici straordinari nel trattamento della FIP, salvando animali che altrimenti sarebbero stati condannati. I veterinari lo sapevano, gli studiosi lo documentavano, i proprietari disperati lo cercavano. Eppure, le istituzioni tacevano. Nessuna autorizzazione ufficiale, nessun piano di accesso compassionevole. Al contrario: mentre in altri paesi come Australia, Regno Unito e Paesi Bassi il farmaco veniva reso disponibile ai veterinari, in Italia si lasciava prosperare il mercato nero, trasformando una malattia in un business sotterraneo a rischio sanitario e legale.

A parlare è la dottoressa Lucia B., veterinaria milanese con anni di esperienza nella medicina interna felina. “Abbiamo visto proprietari piangere, spendere 3.000 o 4.000 euro per farmaci acquistati su Telegram o da contatti cinesi. Sapevamo che funzionavano, ma non potevamo prescriverli. Dovevamo scegliere tra l’etica e la legge. E intanto, gatti giovani e sani morivano.”

La decisione dell’AIFA, pur salutata con entusiasmo da alcuni, sembra più un atto di convenienza che di compassione. Il Remdesivir, in ambito umano, ha perso la sua centralità. Dopo l’emergenza Covid, i magazzini sono pieni, i brevetti vicini alla scadenza, e la produzione ha già abbassato i costi. Ecco quindi che si apre un nuovo fronte commerciale: gli animali domestici, un settore in espansione e poco regolato. La strategia è semplice: si presenta la decisione come una vittoria della scienza e della sensibilità, ma in realtà si tratta di piazzare le scorte avanzate di un farmaco già ammortizzato economicamente. Un “secondo ciclo” di profitto, senza bisogno di costose campagne marketing.

Il problema, tuttavia, è che l’approvazione è avvenuta “in deroga”, cioè non con una registrazione piena. I veterinari potranno prescrivere il farmaco con la ricetta elettronica, ma solo a loro totale responsabilità, senza che sia stato sviluppato un protocollo veterinario ufficiale né una versione formulata specificamente per gatti. Ciò significa che i costi resteranno alti, i rischi professionali ricadranno sui clinici, e la distribuzione sarà frammentaria. Inoltre, nessuna garanzia è stata data sull’accesso agevolato o gratuito per le famiglie meno abbienti o per i rifugi sovraffollati, che negli ultimi anni hanno perso intere colonie feline per colpa della FIP.

Da un punto di vista etico, l’intera vicenda solleva domande difficili: perché servono anni di pressioni pubbliche per autorizzare un farmaco salvavita che è già sicuro, già esistente, già usato clandestinamente? Perché solo quando l’interesse economico del farmaco umano si esaurisce, diventa “accettabile” riciclarlo per uso veterinario? E soprattutto: possiamo ancora parlare di sanità pubblica, o dobbiamo rassegnarci al fatto che anche la salute animale è subordinata alla logica dell’esaurimento scorte?

L’illusione della vittoria è forte. Ma la realtà è più cinica. Ci troviamo di fronte all’ennesimo esempio di salute “a domanda differita”, dove le risposte arrivano non quando servono, ma quando conviene. In questo scenario, i gatti sono solo l’ultimo anello della catena di un sistema farmaceutico che non ha mai smesso di seguire la regola fondamentale: monetizzare tutto, anche ciò che resta.

E così, mentre il Remdesivir trova una seconda vita nei corpi dei gatti italiani, resta una domanda pungente: quanti ne sarebbero stati salvati, se questa approvazione fosse arrivata due anni fa, quando davvero era urgente?

Articoli correlati (da tag)