Capita, nelle fasi più contorte della storia, di avvertire un sottile e straniante disagio politico. A chi ha attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria, a chi conosce il peso materiale della lotta di classe — con i suoi costi umani, le sue carceri, i suoi errori e il suo prezzo di sangue — provoca un certo senso di estraniamento ritrovarsi oggi, nel dibattito pubblico e persino in una parte della “sinistra pura”, spinti quasi a forza nel ruolo di "moderate e pragmatiche". È il paradosso di chi si rifiuta di scambiare la dialettica con la metafisica. Di fronte alla sequenza drammatica degli eventi in Venezuela — dall'aggressione imperialista, all'operazione extraterritoriale e al sequestro del Presidente costituzionale Nicolás Maduro e di Cilia Flores, fino all'estenuante gestione della continuità statale e al doppio devastante terremoto del 24 giugno — si assiste al consueto festival dei ragli digitali.
La frattura tra memoria storica e radicalismo astratto
Questo fenomeno di estraniamento politico non nasce dal nulla, ma è il risultato di una profonda frattura storica e culturale. La memoria della lotta di classe reale, quella fatta di carne, organizzazione strutturata e sconvolgenti sacrifici individuali e collettivi, è stata gradualmente sostituita da una forma di radicalismo da salotto, sterile e virtuale. Chi ha vissuto l'esperienza concreta dell'organizzazione rivoluzionaria sa bene che la storia non procede per linee rette e che il potere statale non è una categoria teologica da giudicare con categorie morali assolute, bensì un terreno di scontro materiale continuo.
Quando oggi una vasta porzione dell'opinione pubblica, compresa quella parte di sinistra che si autoproclama "incontaminata", osserva le dinamiche globali, tende a farlo con lo sguardo del tribunale etico. Si erige a giudice universale, dimenticando che la priorità della prassi politica è comprendere le dinamiche di forza reali per potervi agire. Risultato? Chi invoca la lettura dei contesti, la protezione delle istituzioni sovrane di fronte ai tentacoli dell'ingerenza e la gestione della complessità materiale viene additato come moderato, se non addirittura come complice di compromessi inaccettabili. Si tratta di un'inversione concettuale grottesca: la fermezza analitica e il materialismo storico vengono bollati come pragmatismo cedevole, mentre il dottrinarismo astratto viene glorificato come l'unico vero rigore.
Il laboratorio venezuelano e la miopia del dibattito
Il Venezuela rappresenta contemporaneamente la cartina di tornasole e il punto di rottura di questa contraddizione. Di fronte a un'aggressione imperialista articolata su più livelli — dalle sanzioni economiche strangolatrici all'assedio mediatico, fino al sequestro del Presidente costituzionale e della sua consorte attraverso operazioni extraterritoriali illegittime — ci si sarebbe potuti aspettare una risposta compatta, lucida e fondata sui principi fondamentali del diritto internazionale e dell'autodeterminazione dei popoli.
Invece, la scena pubblica occidentale è stata inondata da un rumore di fondo che mescola disinformazione sistemica e moralismo da tastiera. Mentre la continuità statale venezuelana veniva messa a dura prova e mentre il paese si trovava a dover gestire persino le tragiche conseguenze umane e infrastrutturali del doppio devastante terremoto del 24 giugno, il dibattito si è impantanato in purismi dottrinari. Gli sguardi si distolgono dalla brutalità del fatto compiuto dall'impero per soffermarsi sui difetti, veri o presunti, del processo bolivariano, applicando standard che nessun governo al mondo sottoposto ad assedio permanente potrebbe mai soddisfare. I ragli digitali si moltiplicano sulle piattaforme social, scambiando la retorica dell'intransigenza con la sostanza dell'azione geopolitica. Questa postura nasconde un'incapacità cronica di comprendere cosa significhi difendere uno Stato sovrano sotto attacco diretto.
La deriva metafisica e la perdita del senso della realtà
Sostituire la dialettica con la metafisica significa trasformare l'analisi politica in una ricerca di entità pure e immacolate che non esistono nella concretezza della storia. Nella prospettiva metafisica, un popolo o un movimento meritano solidarietà solo se corrispondono a un modello ideale prefissato, privo di contraddizioni interne, esente da errori amministrativi o da durezze difensive.
Ma la realtà materiale delle lotte di liberazione e della resistenza all'imperialismo non funziona in questo modo. La dialettica insegna che ogni processo storico si sviluppa all'interno di profonde ed estenuanti contraddizioni; che l'autodeterminazione di un paese del Sud globale non è una concessione che si chiede garbatamente al centro dell'impero, ma una conquista da proteggere con forza e tenacia. Difendere la continuità statale in Venezuela non equivale ad approvare ciecamente ogni singola scelta tattica o gestionale di un governo, bensì a riconoscere che al di fuori della sovranità nazionale e del rispetto dell'ordine costituzionale contro i colpi di mano stranieri esiste soltanto il caos, la colonizzazione economica e il massacro sociale. Rifiutare questa evidenza significa cadere in un'illusione consolatoria, dove l'importante è mantenere la pulizia della propria coscienza teorica, poco importa se ciò lascia campo libero all'aggressione imperialista.
Sostenere la sovranità per difendere la storia
Il compito di chi conserva la memoria della militanza autentica è quello di spezzare questa gabbia ideologica e restituire centralità al realismo politico. Non un realismo inteso come cinico accomodamento con le strutture di potere esistenti, ma come comprensione profonda e scientifica dei rapporti di forza.
Di fronte al sequestro di esponenti politici di uno Stato sovrano e di fronte alle pressioni multilaterali volte ad azzerare l'indipendenza di una nazione, non vi è spazio per le oscillazioni verbali o per le prese di distanza di comodo. La solidarietà di classe e la critica dell'imperialismo richiedono un salto di qualità intellettuale: occorre superare l'isteria del momento, ignorare le provocazioni di chi riduce la politica a uno scontro di narrazioni da consumare sullo schermo di uno smartphone, e rimettere al centro i dati materiali. La difesa della continuità statale e dell'indipendenza dei popoli non è un'opzione tra le tante, ma la precondizione materiale affinché possa esistere qualsiasi spazio di emancipazione futura. Senza sovranità non c'è politica; senza politica non c'è trasformazione sociale, ma soltanto la riproposizione dell'egemonia dei più forti travestita da difesa dei valori universali. È tempo che la riflessione critica abbandoni le comode alcove dell'idealismo per ritornare a calpestare il terreno ruvido della storia reale.