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Lunedì, 27 Luglio 2026 15:05

Il mondo questa settimana: Arabia Saudita tra nucleare e huthi, sanzioni Ue, Nicaragua, Francia-Marocco

Il mondo questa settimana: Arabia Saudita tra nucleare e huthi, sanzioni Ue, Nicaragua, Francia-Marocco Henry Ridgwell (VOA) wikipedia

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​"Nel teatro della geopolitica non esistono sipari che calano definitivamente, ma solo mutamenti di scena in cui le vecchie quinte crollano per fare spazio a nuove e più pericolose scenografie."

— Italo Nostromo


​Il mondo contemporaneo sta attraversando una fase di trasformazione profonda in cui le tradizionali certezze della sicurezza globale appaiono irrimediabilmente incrinate. Nelle ultime giornate, una serie di sviluppi cruciali ha rimodellato le dinamiche di potere in diverse latitudini del pianeta, delineando un quadro geopolitico complesso e frammentato. Dal Medio Oriente, scosso da inedite aperture e rinvigorite minacce asymmetriche, fino all'America Latina travolta dalla deriva autocratica, passando per un'Europa perennemente in bilico tra rigore sanzionatorio e dipendenza energetica e per un'Africa del Nord ricca di nuove e strategiche sponde, la diplomazia internazionale affronta sfide senza precedenti.

Il grande passo di Riyad e l'ombra atomica nel Golfo

​In un panorama mediorientale già profundamente instabile, l'accordo trentennale di cooperazione nucleare siglato tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita rappresenta una svolta storica destinata a ridefinire le regole dell'equilibrio regionale. Washington ha concesso al Regno ciò che storicamente aveva sempre negato agli altri partner dell'area: la possibilità di sviluppare in patria un impianto di arricchimento dell'uranio, svincolandolo inoltre da rigidi regimi di ispezione da parte dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Una mossa strategica che lascia trasparire intenti che vanno ben oltre l'uso puramente civile dell'energia atomica.

​Per la leadership saudita si tratta di un successo diplomatico di primaria grandezza. Dopo aver cercato rassicurazioni e protezione attraverso patti con altre potenze, la petromonarchia ottiene direttamente da Washington le garanzie e le tecnologie rincorse per anni. L'intesa, nata anche dal timore americano che Riyad potesse guardare verso Pechino per appagare le proprie ambizioni, segna tuttavia il progressivo sgretolamento del sistema di non proliferazione a guida statunitense. La precisazione arrivata via social da Donald Trump, che ha subordinato l'efficacia definitiva dell'accordo alla normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele, non intacca l'architettura sostanziale del patto. I messaggi in rete non cancellano la concretezza delle firme apposte sui documenti diplomatici. Allo stesso tempo, l'iniziativa americana finisce per intaccare lo storico monopolio nucleare informale di cui Tel Aviv ha goduto nell'area, lanciando un segnale inequivocabile a tutti i partner della regione: l'era della deterrenza esclusiva è ormai un ricordo del passato e la corsa a nuove forme di tutela atomica è ufficialmente aperta.

​La spina nel fianco: la minaccia degli huthi sulle rotte energetiche

​Mentre progetta il proprio futuro energetico e difensivo, l'Arabia Saudita si trova a dover gestire la ripresa delle ostilità lungo le sue direttrici marittime vitali. Il movimento Ansar Allah ha nuovamente alzato il livello dello scontro proclamando un blocco navale mirato contro i mercantili legati a Riyad e prendendo di mira vettori energetici nelle acque del Mar Rosso. Per paralizzare i flussi e seminare il panico sui mercati mondiali dei noli e del greggio non è indispensabile la chiusura fisica dello stretto di Bab al-Mandab; è sufficiente rendere insicure le rotte commerciali per generare un'onda d'urto economica globale.

​La sfida per la leadership di Mohammed bin Salman si gioca su due fronti strettamente interconnessi: diplomatico e militare. Una reazione muscolare rischierebbe di far precipitare nuovamente il paese nel gorgo del conflitto yemenita, compromettendo le infrastrutture critiche costiere come gli oleodotti orientati verso il Mar Rosso, dai quali dipende buona parte dell'export nazionale. Al contrario, cercare il dialogo potrebbe richiedere concessioni dolorose che finirebbero per rafforzare la posizione degli huthi e, di riflesso, dell'Iran. In questo scenario estremamente delicato, la riapparizione di piattaforme navali di intelligenza attribuibili a Teheran nello scacchiere marittimo aumenta l'apprensione delle cancellerie internazionali e delle missioni europee nate per proteggere il traffico mercantile. Il quadro complessivo dimostra come attori non statali siano ormai capaci di condizionare l'agenda strategica di intere potenze regionali.

Sanzioni ed energia: il dilemma mai risolto dell'Unione Europea

​Spostando lo sguardo verso l'Europa, l'approvazione del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia evidenzia ancora una volta le latenti contraddizioni della politica estera comunitaria. Se da un lato le istituzioni europee riaffermano la volontà di isolare economicamente Mosca, dall'altro la realtà dei mercati energetici continua a raccontare una storia differente. Le serrate trattative che hanno preceduto il via libera alle nuove misure hanno visto emergere le resistenze di paesi fortemente legati alla catena del trasporto marittimo di risorse energetiche, come la Grecia.

​Tuttavia, addossare le responsabilità a singole nazioni appare un esercizio parziale. I dati sull'importazione mostrano chiaramente come nei primi sei mesi dell'anno gli acquisti di gas naturale liquefatto di origine russa da parte dei paesi membri siano sensibilmente aumentati rispetto all'anno precedente. Nazioni come Francia, Belgio e Spagna continuano ad assorbire volumi importanti per garantire la sicurezza energetica del continente e sostenere i propri comparti industriali. La persistente incapacità dell'Europa di affrancarsi del tutto dagli idrocarburi russi, combinata con le tensioni in Medio Oriente che minacciano altre storiche vie di approvvigionamento, mette in luce un vincolo strutturale difficile da spezzare: la necessità immediata di energia finisce spesso per prevalere sulle ambizioni e sui principi della geopolitica formale.

La svolta autocratica a Managua e il nuovo assetto del Nord Africa

​Nel continente americano, il Nicaragua segna un punto di non ritorno nella propria traiettoria politica. Durante le celebrazioni della rivoluzione sandinista, il presidente Daniel Ortega ha pronunciato parole destinate a chiudere ogni residuo spazio di partecipazione democratica, annunciando la cancellazione delle future tornate elettorali e la definitiva blindatura del potere nelle mani della propria dinastia familiare. Il controllo capillare esercitato sulle istituzioni, sulla magistratura e sulle forze armate garantisce alla famiglia di governare incontrastata, mentre la comunità internazionale, a partire dagli Stati Uniti, esprime dura condanna e invita all'isolamento diplomatico del regime. L'asse consolidato con potenze extra-emisferiche come Cina e Russia consente tuttavia all'esecutivo di Managua di resistere alle pressioni occidentali, perpetuando un modello di gestione del potere rigido e accentrato.

​Nel frattempo, lo scacchiere del Nord Africa assiste a un significativo riposizionamento delle influenze europee. La recente missione di altissimo livello della diplomazia francese in Marocco sancisce la volontà di Parigi di fare di Rabat il perno fondamentale della propria strategia africana. Attraverso il riconoscimento formale delle posizioni marocchine sui dossier territoriali più delicati e la firma di una folta serie di intese industriali ed economiche, la Francia punta a fare leva sulla crescente forza strutturale del Regno alawita. Questo riavvicinamento permette a Parigi di mantenere un punto di appoggio fondamentale in una regione strategica per le risorse e la stabilità, cercando di bilanciare le perdite di influenza subite di recente nella fascia del Sahel. In risposta a questi movimenti, altre nazioni europee cercano sponde alternative nell'area, intensificando i contatti con l'Algeria e dando vita a una vera e propria competizione per la sicurezza energetica e politica che proietta i suoi effetti su tutto il bacino del Mediterraneo.

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