Giovedì, 27 Agosto 2026 12:33

Fisco, la riforma “storica” del governo Meloni premia autonomi, evasori e banche. Perdono dipendenti, pensionati e consumatori

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«Il fisco deve essere semplice, equo e certo.»
— Luigi Einaudi

Fisco non è soltanto una parola tecnica, né il capitolo più arido di una legge di bilancio. È il modo attraverso il quale una società decide chi contribuisce alla spesa pubblica, quanto contribuisce e, soprattutto, secondo quale idea di giustizia. Per questo ogni riforma tributaria dovrebbe essere giudicata non soltanto dagli slogan con cui viene presentata, ma dagli effetti concreti che produce sui diversi gruppi sociali.

È proprio qui che la cosiddetta riforma “storica” del governo Meloni mostra le sue contraddizioni. Il governo ha costruito una parte importante della propria narrazione fiscale intorno a parole come semplificazione, riduzione della pressione fiscale, sostegno al ceto medio, crescita e lotta all’evasione. Ma il problema non è ciò che una riforma dichiara di voler fare: è osservare chi beneficia delle sue regole, chi dispone degli strumenti per utilizzarle e chi, invece, continua a pagare alla fonte, senza possibilità di sottrarsi.

Nel 2026 il processo di revisione fiscale è diventato ancora più ampio: sono entrati in vigore nuovi testi unici sulle imposte sui redditi e sugli adempimenti e l'accertamento, mentre il decreto fiscale n. 38 del 2026, convertito nella legge n. 88 del 22 maggio, ha introdotto ulteriori misure su imprese, lavoratori, IVA, dividendi e agevolazioni.

Il punto politico, tuttavia, è un altro: la distribuzione del vantaggio fiscale.

Il lavoratore dipendente non può scegliere quando dichiarare il proprio reddito. Non può decidere di non emettere una fattura. Non può trasformare facilmente un reddito da lavoro in una diversa categoria fiscalmente più conveniente. La sua imposta viene normalmente trattenuta prima ancora che il salario arrivi sul conto corrente. Lo stesso accade, con modalità diverse, a milioni di pensionati.

Questo produce una situazione apparentemente paradossale: chi ha un reddito più facilmente controllabile dal fisco finisce per essere anche il contribuente più facilmente tassabile.

Non significa, naturalmente, che ogni autonomo sia un evasore. Sarebbe una generalizzazione ingiusta e sbagliata. Significa piuttosto che il sistema tributario italiano presenta strutturalmente una diversa capacità di controllo a seconda della natura del reddito. Il dipendente ha un reddito certificato; il professionista o l'imprenditore dispone invece, entro i limiti della legge, di strumenti contabili, deduzioni, regimi sostitutivi, compensazioni e possibilità di pianificazione fiscale che modificano profondamente il risultato finale.

È precisamente questa asimmetria che dovrebbe essere affrontata con maggiore coraggio.

Una parte della riforma del governo interviene infatti attraverso un mosaico di regimi e agevolazioni che rischia di rendere il sistema non necessariamente più semplice, ma più differenziato. E quando la differenziazione fiscale cresce senza un altrettanto forte rafforzamento dei controlli, la progressività rischia di diventare un principio scritto nella Costituzione ma sempre più distante dalla vita quotidiana.

L'articolo 53 della Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività. La domanda fondamentale, allora, è semplicissima: chi sta realmente sostenendo il peso della fiscalità italiana?

Una documentazione presentata in Senato nell'aprile 2026 ha sostenuto che lavoratori dipendenti e pensionati coprono oltre il 52 per cento dell'IRPEF e ha denunciato una crescente differenziazione del trattamento fiscale tra categorie, collegandola anche all'espansione di flat tax, regimi sostitutivi e concordato preventivo biennale. Si tratta, va precisato, di una posizione critica espressa in sede parlamentare e non di una valutazione neutrale dell'intero provvedimento.

Ma proprio questa critica merita di essere discussa.

Il problema della flat tax non è necessariamente l'idea di ridurre le imposte. Ridurre le imposte può essere positivo se significa restituire capacità di spesa alle famiglie, incentivare gli investimenti e rendere il lavoro più conveniente. Il problema nasce quando la riduzione non è distribuita secondo un criterio di equità, oppure quando categorie diverse vengono trattate in maniera sempre più distante senza una ragione economica e sociale sufficientemente forte.

E qui entra in gioco anche il tema degli autonomi.

Un professionista onesto, un artigiano, un commerciante, un piccolo imprenditore sono spesso vittime, non beneficiari, della complessità fiscale. Pagano imposte, contributi, costi amministrativi e rischiano di essere schiacciati da una burocrazia che rende difficile competere con soggetti più grandi. Difendere questi lavoratori dovrebbe dunque essere una priorità.

Ma difendere gli autonomi non significa accettare qualsiasi forma di privilegio fiscale.

La vera riforma dovrebbe essere quella capace di ridurre contemporaneamente il carico sul lavoro, rafforzare i controlli sull'evasione e rendere economicamente meno conveniente nascondere il reddito. Altrimenti il sistema produce una conseguenza perversa: chi non può sottrarsi paga per tutti, mentre chi dispone di maggiore capacità di pianificazione fiscale può ridurre il proprio contributo.

E il capitolo delle banche aggiunge un'altra questione.

Nel decreto fiscale 2026 è prevista, fino al 31 dicembre 2028, un'esenzione dall'imposta sostitutiva su determinati interessi e proventi derivanti da obbligazioni e titoli similari detenuti dai sistemi di garanzia dei depositanti operanti in Italia. Il governo motiva la misura con l'obiettivo di evitare una riduzione delle risorse destinate alle funzioni istituzionali di tali sistemi; l'onere stimato è di 16,8 milioni di euro l'anno per il 2026, 2027 e 2028.

Questa norma, tecnicamente circoscritta, non può essere trasformata automaticamente nella prova che “le banche vengono premiate”. Ma il dato politico resta: ogni agevolazione concessa al sistema finanziario deve essere valutata in rapporto a ciò che viene contemporaneamente chiesto alle famiglie e ai lavoratori.

Perché il cittadino comune vede una realtà molto diversa.

Paga l'IVA quando compra un bene. Paga le imposte sul reddito. Paga accise e tributi incorporati nei prezzi. Paga le commissioni bancarie. Paga il costo dell'abitare, dell'energia, dei trasporti e dei servizi. E quando l'inflazione erode il potere d'acquisto, una riduzione nominale delle aliquote non necessariamente si traduce in un miglioramento reale della condizione economica.

Il consumatore, in altre parole, è spesso l'ultimo anello della catena fiscale: non evade l'IVA, perché la paga dentro il prezzo; non può occultare lo stipendio; non può scegliere liberamente la forma giuridica del proprio reddito.

È qui che la retorica della “riforma storica” dovrebbe lasciare spazio alla verifica dei numeri.

Una riforma fiscale è storica non perché cambia molte norme. È storica se cambia il rapporto di forza tra chi può organizzare il proprio carico fiscale e chi invece lo subisce automaticamente.

È storica se rende più conveniente lavorare regolarmente che evadere.

È storica se un dipendente non deve guardare con invidia chi può accedere a un regime fiscale diverso soltanto perché produce un reddito classificato diversamente.

È storica se il pensionato non viene trattato come il contribuente più facile da colpire perché il suo reddito è trasparente.

È storica se l'autonomo onesto viene liberato dalla burocrazia senza trasformare la semplificazione in un'occasione per indebolire i controlli.

È storica se il sistema bancario viene sostenuto quando esiste una ragione di interesse generale, ma senza dimenticare che anche le famiglie e le imprese hanno bisogno di protezione.

La questione dell'evasione è, infine, quella decisiva. Un Paese non può costruire la propria giustizia fiscale soltanto aumentando le tasse su chi già paga. Deve ampliare la base imponibile, recuperare il gettito sottratto illegalmente, incrociare le informazioni, rendere efficaci i controlli e contemporaneamente diminuire gli adempimenti inutili per chi è in regola.

Il nuovo Testo unico sugli adempimenti e sull'accertamento, entrato in vigore nell'agosto 2026, rappresenta formalmente un passo verso il riordino e il coordinamento delle norme fiscali. Ma la semplificazione normativa non coincide automaticamente con la giustizia fiscale. Si possono avere meno testi di legge e, nello stesso tempo, conservare profonde disuguaglianze nella distribuzione del carico tributario.

Alla fine, dunque, la vera domanda non è se il governo Meloni abbia fatto una riforma fiscale. La vera domanda è quale società emerge da quella riforma.

Una società nella quale il reddito più visibile continua a essere tassato con certezza, mentre quello più difficile da controllare dispone di maggiori possibilità di organizzazione fiscale, non è una società fiscalmente neutrale.

E una società nella quale si chiede sacrificio ai consumatori, ai dipendenti e ai pensionati mentre si moltiplicano regimi differenziati per categorie più organizzate rischia di trasformare il fisco da strumento di solidarietà in meccanismo di selezione sociale.

Non è necessario sostenere che ogni misura del governo sia sbagliata. Né è serio affermare che ogni autonomo benefici della riforma o che ogni agevolazione bancaria costituisca un regalo. La critica più forte è un'altra, ed è molto più difficile da liquidare: una riforma fiscale va giudicata dalla sua capacità di distribuire equamente il peso della Repubblica, non dalla quantità di annunci che la accompagnano.

Perché il vero scandalo non è pagare le tasse.

Il vero scandalo sarebbe vivere in un Paese nel quale pagare tutte le tasse sia la scelta più facile per chi ha meno strumenti e la scelta più difficile per chi ne ha di più.

Ed è proprio da questa domanda — chi paga davvero, chi può pagare meno e chi non può scegliere — che dovrebbe cominciare ogni seria discussione sulla riforma fiscale italiana.