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Mercoledì, 26 Agosto 2026 18:30

Accise, governo e responsabilità: quando l’emergenza diventa metodo

cds

«Il governo migliore è quello che insegna a governarsi da sé.»
Johann Wolfgang Goethe

Accise, proroghe, extraprofitti, emergenze e rinvii: ormai il problema non è soltanto quanto costa fare il pieno, ma quanto costa a un Paese l’assenza di una strategia. Quando una misura provvisoria viene prorogata alla vigilia della sua scadenza, e quando una seconda proroga viene presentata come il ponte necessario verso una soluzione ancora da definire, la questione smette di essere esclusivamente economica e diventa inevitabilmente politica.

La domanda, allora, è semplice e persino brutale: un governo che governa attraverso proroghe successive sta davvero governando, oppure sta semplicemente amministrando l’emergenza?

Il tema del carburante rende questa domanda particolarmente evidente perché tocca contemporaneamente famiglie, lavoratori, imprese, trasportatori, pendolari e prezzi di quasi tutti i beni. Il carburante non è un prodotto qualsiasi. È incorporato nella logistica, nella produzione, nei servizi, nella distribuzione e, alla fine della catena, nel prezzo che il cittadino paga al supermercato, dal medico, per una consegna o per raggiungere il luogo di lavoro.

Per questo motivo ridurre il problema a uno sconto temporaneo alla pompa rischia di essere una semplificazione. Può essere necessario, certamente. Può rappresentare un sollievo immediato. Ma non può diventare una politica economica permanente travestita da emergenza.

Il governo, secondo quanto riportato, si prepara a prorogare per alcuni giorni il taglio delle accise sul gasolio, in attesa di un intervento più strutturale e selettivo. La riduzione attualmente prevista equivale a circa 17 centesimi al litro sul prezzo finale, considerando anche l’effetto dell’Iva. Il problema è che la scadenza arriva, la proroga arriva dopo, e la soluzione definitiva continua a essere annunciata come qualcosa che deve ancora essere costruito.

È proprio qui che nasce la questione politica.

Una democrazia non pretende che un governo possa prevedere ogni crisi internazionale, ogni guerra, ogni oscillazione del petrolio o ogni speculazione finanziaria. Pretende però che, quando una crisi si manifesta, esista una capacità di risposta proporzionata alla sua durata e alla sua prevedibilità.

Se l’emergenza dura pochi giorni, una misura temporanea è ragionevole. Se dura mesi, la ripetizione della stessa misura temporanea comincia a rivelare un problema diverso: non più l'eccezionalità dell'evento, ma l'assenza di una soluzione strutturale.

E qui entra in gioco anche l’Europa.

Il governo sostiene che un eventuale intervento sugli extraprofitti del settore energetico dovrebbe essere coordinato a livello europeo, per evitare discriminazioni tra imprese operanti nel mercato unico e per tutelare la competitività italiana. L’argomento non è privo di logica. Un mercato europeo integrato rende effettivamente problematiche misure nazionali troppo disomogenee.

Ma c'è una differenza sostanziale fra chiedere un coordinamento europeo e utilizzare l'Europa come luogo nel quale trasferire indefinitamente la responsabilità delle proprie decisioni.

Se la competenza concreta su determinate misure appartiene agli Stati membri, allora il governo nazionale deve assumersi fino in fondo la responsabilità delle scelte che può compiere. Se invece occorre un intervento europeo, il governo dovrebbe indicare con chiarezza quale proposta ha presentato, quali Paesi intende coinvolgere, quali tempi considera realistici e quale alternativa nazionale intende adottare nel frattempo.

Altrimenti l'Europa diventa una sorta di anticamera della decisione: un luogo nel quale le responsabilità si diluiscono e le scadenze si allontanano.

Il cittadino, però, non fa il pieno in Europa. Lo fa in Italia.

E quando vede il prezzo salire, non può pagare con una dichiarazione di Palazzo Chigi secondo cui «si sta lavorando» a una soluzione.

Questa è forse la vera contraddizione della vicenda.

Da una parte si annuncia l'intenzione di rendere il sostegno più selettivo, concentrandolo sulle fasce di reddito maggiormente bisognose. Dall'altra, le associazioni dei consumatori contestano proprio questa impostazione, sostenendo che il caro carburanti non colpisca soltanto chi appartiene alle fasce economicamente più fragili.

La questione merita di essere affrontata senza slogan.

È vero che un intervento selettivo può essere più efficiente dal punto di vista distributivo: se le risorse pubbliche sono limitate, aiutare maggiormente chi ha meno può sembrare la soluzione più equa. Ma il carburante possiede una caratteristica particolare: il suo aumento non rimane confinato al bilancio di chi guida.

Aumenta il costo del trasporto delle merci. Aumenta il costo della distribuzione. Aumenta i costi delle imprese. Può alimentare l'inflazione. Colpisce il lavoratore pendolare, l'artigiano, il piccolo imprenditore, il professionista che deve spostarsi e la famiglia che vive in un territorio nel quale il trasporto pubblico non costituisce un'alternativa reale.

Per questo il problema non può essere ridotto meccanicamente a una questione di Isee.

Esiste una differenza enorme tra sostenere il reddito e ridurre il prezzo di un bene essenziale.

Il bonus compensa una perdita. Una riduzione strutturale del prezzo agisce invece sulla causa immediata del problema. Sono due strumenti diversi e non necessariamente alternativi.

Il rischio italiano è quello di trasformare ogni emergenza in una nuova categoria di bonus: social card, sconti, crediti, contributi, compensazioni. È una politica che può produrre effetti immediati, ma che progressivamente costruisce una società nella quale lo Stato prima lascia aumentare il costo della vita e poi restituisce una piccola parte di ciò che il cittadino ha perduto.

Non è una grande politica sociale. È una politica di compensazione permanente.

E soprattutto produce una complicazione crescente. Ogni intervento deve stabilire chi ha diritto, chi è escluso, quale soglia utilizzare, quale documento presentare, quale categoria privilegiare. Il rischio è trasformare l'emergenza in una lotteria amministrativa.

Ma c'è un altro punto ancora più importante: la fiscalità sui carburanti.

Se il prezzo del petrolio aumenta e, contemporaneamente, aumenta il gettito Iva derivante dal prezzo più alto, lo Stato può trovarsi nella condizione paradossale di incassare maggiormente proprio mentre i cittadini vengono colpiti dall'aumento del costo del carburante.

Da qui nasce il tema delle accise mobili, cioè della possibilità di utilizzare maggiori entrate fiscali generate dall'aumento dei prezzi per attenuare il peso delle accise.

È una questione di equilibrio: quando il prezzo esplode per cause esterne, lo Stato deve necessariamente partecipare alla gestione dello shock. Non può limitarsi a osservare l'aumento del prezzo e contemporaneamente considerare il maggior gettito fiscale come un risultato positivo.

Lo Stato non dovrebbe guadagnare dall'inflazione che impoverisce i cittadini.

E arriviamo così agli extraprofitti.

Qui il discorso diventa ancora più delicato. Tassare profitti eccezionali generati da condizioni straordinarie può apparire, in determinate circostanze, una scelta di equità. Ma deve essere fatto con criteri chiari, prevedibili e possibilmente coordinati a livello europeo. Altrimenti il rischio è di creare distorsioni, spostamenti di attività e trattamenti differenti tra imprese concorrenti.

Tuttavia, anche riconoscendo questo problema, resta una domanda: quanto tempo occorre per decidere?

Perché se il prezzo del carburante cresce oggi, il cittadino paga oggi.

La politica europea può richiedere negoziati. Le istituzioni possono richiedere procedure. Le decisioni possono essere complesse. Ma proprio per questo un governo nazionale dovrebbe possedere una strategia su due livelli: una risposta immediata nazionale e una soluzione strutturale europea.

Non una risposta immediata che viene continuamente prorogata mentre si aspetta la soluzione europea.

Questa distinzione è fondamentale.

Un governo serio non deve necessariamente promettere che domani il prezzo tornerà quello di ieri. Deve però spiegare quale meccanismo intende costruire affinché la prossima crisi non produca automaticamente la stessa emergenza.

Perché il vero fallimento non consiste nel dover intervenire durante una crisi. Il vero fallimento sarebbe arrivare alla crisi successiva con gli stessi strumenti provvisori, gli stessi annunci e le stesse proroghe.

Ed è qui che la domanda iniziale torna con tutta la sua forza: ma un governo così è un governo o una barzelletta?

La provocazione è forte, ma non deve diventare soltanto una battuta contro la maggioranza di turno. Perché il problema riguarda una concezione più generale della politica italiana: quella per cui governare significa spesso rinviare, tamponare, prorogare, annunciare e infine attribuire la complessità della soluzione a un livello istituzionale superiore.

Oggi è l'Europa. Domani potrebbe essere il mercato internazionale. Dopodomani la guerra, la speculazione, le banche centrali, i mercati energetici.

Naturalmente tutte queste variabili esistono davvero. Ma proprio perché esistono, governare significa predisporre strumenti capaci di assorbirne gli effetti.

La politica non può controllare il mondo. Può però decidere quanto di quel mondo debba ricadere sulle spalle dei cittadini.

E questa è la responsabilità che conta.

Una proroga di pochi giorni può essere necessaria. Non è questo il punto. Il punto è ciò che viene dopo.

Se dopo la proroga arriverà finalmente una riforma organica delle accise, un meccanismo trasparente di compensazione degli shock energetici, un intervento serio sull'inflazione e una strategia europea sugli extraprofitti, allora quei pochi giorni saranno stati davvero un ponte verso una soluzione.

Se invece arriverà un'altra proroga, seguita da un'altra dichiarazione, seguita da un altro rinvio, allora il problema non sarà più il prezzo del gasolio.

Sarà il prezzo dell'incapacità di decidere.

E quel prezzo, a differenza di quello indicato sul display di un distributore, non lo paga soltanto chi guida.

Lo paga un intero Paese.