Il 24 marzo 2021 ricorre il 77° anno dall'eccidio delle Fosse Ardeatine: l'uccisione di 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei o detenuti comuni, trucidati a Roma nel 1944 dalle truppe di occupazione naziste come rappresaglia per l'attentato partigiano di via Rasella, compiuto il 23 marzo da membri dei GAP romani, in cui erano rimasti uccisi oltre 33 soldati del reggimento "Bozen" appartenente alla Ordnungspolizei dell'esercito tedesco. Fu anche la maggiore strage di ebrei compiuta sul territorio italiano durante l'Olocausto; almeno 75 delle vittime erano in stato di arresto per motivi razziali.
La strage prende il nome dalle antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina, scelte quale luogo dell'esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, nel dopoguerra sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale.
Il contesto
Il 22 gennaio 1944 l'intera provincia romana venne dichiarata "zona di operazioni". Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante nazista del fronte meridionale, nominò capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell'ordine pubblico in città, l'ufficiale delle SS Herbert Kappler, artefice della deportazione nel ghetto ebraico il 16 ottobre 1943, di 1023 ebrei romani verso i campi di sterminio.
Si costituirono, così, nella capitale, gruppi di resistenza, come il Fronte militare clandestino ("Centro X"), diretto dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, e nuclei comunisti, ai quali il generale Carboni aveva fatto distribuire armi.
Kappler svolse rastrellamenti ed arresti di antifascisti e semplici sospetti nelle varie carceri romane, sgominò, nell'inverno 1943-44, quasi ogni gruppo della Resistenza romana, "Bandiera Rossa", "Giustizia e Libertà", Partito Socialista e i sindacalisti socialisti. Solo i GAP comunisti riuscirono a rimanere operativi.
E così i gruppi dissidenti reagirono con un'azione armata in data il 23 marzo, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento.
Alcuni risvolti della vicenda sono poi risultati controversi, un caso che ha diviso gli italiani. La legittimità giuridica dell'attentato è stata oggetto di valutazioni diverse: in punto di diritto internazionale bellico giudicato da tutte le corti militari britanniche e italiane che hanno processato e condannato gli ufficiali tedeschi responsabili delle Fosse Ardeatine, un atto illegittimo. Per il diritto interno italiano è stato invece considerato, in tutte le sentenze emesse sul caso da giudici civili e penali, un atto di guerra legittimo: lo Stato italiano allora era in guerra con la Germania. L'attentato era da considerarsi legittimo al momento della sua attuazione.
I Bozen
Il 23 marzo 1944 ebbe luogo un'azione di guerra partigiana contro l'11ª compagnia del III battaglione del Polizeiregiment "Bozen", Reggimento di polizia "Bolzano". Era un reparto militare della Ordnungspolizei (polizia d'ordine) creato in Alto Adige nell'autunno 1943, durante l'occupazione tedesca della regione. La truppa, emerge dalla storia, era formata da coscritti altoatesini, obbligati alla leva durante l'occupazione nazista, chi si fosse sottratto rischiava la vita, gli arruolati erano contadini, artigiani, pastori e mugnai, solo gli ufficiali e i sottufficiali provenivano dalla Germania.
La capacità offensiva e il grado di adesione al nazismo dei suoi uomini sono enfatizzati o al contrario minimizzati, nel caso, per affermare o negare la legittimità morale e l'efficacia militare dell'azione partigiana.
L'iniziativa fu dei partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica delle brigate Garibaldi, che ufficialmente dipendevano dalla Giunta militare che era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale.
Sembrerebbe che le ragioni della scelta del bersaglio, come poi appreso, è nata dal fatto che un partigiano ivi residente aveva riferito che ogni giorno il carro con i ragazzi Bozen passava in via Rasella.
L'Attentato
Non si ebbe mai la certezza di chi avesse definito e confermato l'attentato. Giorgio Amendola, responsabile principale dei GAP, indicò le direttive e se ne accollò la responsabilità. Così dice la storia.
L'operazione fu portata a termine da alcuni partigiani, 17 circa. Fu utilizzata una bomba a miccia ad alto potenziale, collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, dopo l'esplosione furono lanciate alcune bombe a mano dai tetti delle case per ingannare e "onde dare l'impressione che le bombe occorse per l'attentato alla colonna erano partite dall'alto" dei palazzi (in cui vennero eseguiti i primi 100 arresti di cittadini ignari). Rimasero uccisi 32 militari dell'11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen e un altro soldato morì il giorno successivo (altri nove sarebbero deceduti in seguito).
L'esplosione uccise anche due civili italiani, Antonio Chiaretti, partigiano della formazione Bandiera Rossa, ed il Piero Zuccheretti, 12 anni, apprendista presso un negozio di ottica in via degli Avignonesi.
Qualcuno riferì, alcuni anni dopo, che furono allontanati dagli stessi attentatori dei bambini che giocavano nella via. Il bilancio avrebbe potuto essere ancora più drammatico.
Le ragioni di questo attentato sarebbero di resistenza all'occupante nazista, "scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava", come poi dirà Amendola. Le analisi successive hanno teorizzato anche altre tesi, generate dalle incongruenze della vicenda che rimane per molti versi non chiara nell'esecuzione e ideazione.
Emerge anche una teoria del complotto, poi smontata, che intravedeva una lotta intestina e tacita tra i gruppi di resistenza, di matrice ideologica diversa e, in alcuni casi opposta, miranti all'egemonia. Ma questa è un'altra storia.
La tragedia in reazione all'attentato. Sangue su sangue. La risposta dei Nazisti il giorno dopo.
Secondo fonti processuali la notizia dell'attentato non fu diffusa subito. La ricerca di Kappler degli autori dell'attentato fu superficiale e non fu contattata la polizia italiana, insomma poco convincente, soprattutto tenendo conto che la lista delle vittime era quasi completata.
Il genere umano può arrivare a commettere crimini spietati, le ragioni sono sempre futili come la guerra stessa.
Il generale von Mackensen, dopo essersi consultato con il colonnello Kappler, propose di fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto in via Rasella. Le vittime della rappresaglia avrebbero dovuto essere i cosiddetti Todeskandidaten (persone da eliminare), prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all'ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato a una condanna a morte.
La risposta doveva consistere nel "compiere un'azione intimidatoria" con "esecuzione immediata".
Un punto importante.
Il feldmaresciallo Kesselring testimonierà al processo nel novembre 1946 che non fu attivata alcuna procedura precedente la rappresaglia per fare appello alla popolazione o agli attentatori, non venne emesso alcun avvertimento pubblico riguardo alla rappresaglia e alla proporzione dieci contro uno e che non fu presentata alcuna richiesta ai partigiani di consegnarsi per evitare l'eccidio.
Le cave scelte per l'eccidio erano ubicate tra le catacombe di san Callisto e di Domitilla, i nazisti scorsero la lista e uccisero 335 prigionieri, 5 in più. La bestialità dell'esecuzione rimarrà una delle vicende sconvolgenti, orribili e amare della seconda guerra mondiale accadute in Italia.
Il 24 marzo 2021 saranno passati 77 anni da un crimine che ancora oggi, ripensandoci, genera angoscia per ciò l'essere umano può arrivare a compiere.



