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Sabato, 27 Settembre 2025 11:20

Netanyahu all’Onu: “Vogliamo finire il lavoro a Gaza”

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“Il prezzo della libertà è eterna vigilanza.” — Thomas Jefferson

Il discorso di Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato l’ennesima dimostrazione di arroganza politica, di spregio verso la comunità internazionale e di totale assenza di autocritica. La parola lavoro, presente nel titolo e subito richiamata nella sua retorica, non è stata usata come richiamo a un compito di pace o di ricostruzione, ma come sinonimo di annientamento. “Finire il lavoro” significa, nelle parole del premier israeliano, condurre una guerra senza limiti morali, senza considerare le conseguenze umanitarie e diplomatiche, fino a cancellare un nemico che lui stesso riduce a pura entità terroristica.

Uno spettacolo teatrale più che un discorso
Netanyahu non si è presentato come statista, ma come attore di un copione bellico. Ha mostrato mappe dell’Iran, ha esibito un QR code cucito sul bavero per richiamare gli eventi del 7 ottobre, ha imposto una scenografia fatta di immagini, simboli e minacce. Non ha scelto la via dell’argomentazione pacata né dell’apertura al dialogo, ma ha trasformato l’aula dell’Onu in un palcoscenico dove la diplomazia è stata sacrificata all’effetto mediatico. Persino la decisione di trasmettere il suo discorso all’interno di Gaza, forzando i canali di comunicazione locali, è apparsa come un gesto più propagandistico che politico: non un tentativo di convincere, ma di intimidire.

Il linguaggio dell’annientamento
Quando Netanyahu parla di “finire il lavoro”, non lascia spazio a interpretazioni concilianti. È un linguaggio da guerra totale, che ignora volutamente i limiti del diritto internazionale. La sua affermazione “Se deporrete le armi vivrete, se non lo farete vi daremo la caccia” non è un invito alla pace, ma una dichiarazione di resa incondizionata. Un leader che si rivolge così non cerca compromessi, cerca sottomissione. Eppure l’Onu non dovrebbe essere il luogo della resa, ma della mediazione.

Negazioni e autoassoluzioni
Netanyahu ha respinto con rabbia le accuse di genocidio e di carestia usata come arma, ma senza fornire reali spiegazioni sulle condizioni drammatiche della popolazione di Gaza. Ha preferito ribaltare la colpa esclusivamente su Hamas, accusandolo di sottrarre aiuti e risorse. Un argomento logoro, che ignora la responsabilità diretta di Israele nelle restrizioni, nei bombardamenti, nelle interruzioni di elettricità e acqua. Negare l’evidenza non cancella le immagini di ospedali distrutti, famiglie senza rifugi e bambini uccisi dalle esplosioni.

Un’aula divisa e delegazioni in fuga
Le reazioni all’interno dell’Onu sono state eloquenti. Delegazioni di vari Paesi hanno abbandonato l’aula prima che Netanyahu iniziasse a parlare, altre hanno risposto con fischi e contestazioni. Il suo discorso ha polarizzato, generando applausi isolati da parte dei sostenitori più vicini e sdegno da parte della maggioranza. Non è stato un momento di riconciliazione, ma di rottura. Netanyahu ha mostrato al mondo che Israele preferisce l’isolamento all’autocritica, il muro alla diplomazia.

La costruzione del nemico assoluto
Un altro passaggio centrale è stato l’attacco all’Iran. Netanyahu ha agitato la minaccia iraniana come causa prima di ogni destabilizzazione, chiedendo il ripristino delle sanzioni e dipingendo Teheran come fonte universale del male. È la strategia consueta: costruire un nemico assoluto per giustificare ogni eccesso. Ma in questo modo ha ignorato volutamente la complessità della regione e i ruoli, spesso ambigui, delle stesse potenze occidentali.

La complicità delle potenze esterne
Non è un caso che Netanyahu abbia ringraziato Donald Trump per il sostegno, evocando l’idea di un’alleanza “audace e decisa”. Il messaggio è chiaro: Israele non intende ascoltare le critiche della comunità internazionale, ma si appoggia a una rete ristretta di potenze disposte a coprirne gli eccessi in nome di interessi strategici. Questa non è politica di sicurezza: è un patto di impunità.

Un premier che parla di pace ma coltiva guerra
Netanyahu ha tentato di presentarsi come difensore della libertà, citando la necessità di proteggere Israele e i suoi cittadini. Ma dietro la facciata di autodifesa si nasconde un progetto di annientamento che non distingue più tra combattenti e civili. Parlare di libertà mentre si assediano città intere, mentre si nega cibo, acqua ed elettricità a milioni di persone, è una contraddizione che svuota di senso ogni richiamo a Jefferson e agli ideali democratici.

Conclusione
Il discorso all’Onu di Netanyahu non è stato un appello alla pace, ma una dichiarazione di guerra mascherata da difesa della libertà. Ha usato il palco internazionale per rivendicare il diritto a un’azione senza limiti, ignorando il diritto internazionale, insultando l’intelligenza dei presenti e rafforzando l’idea che Israele sotto la sua guida non sia disposto ad alcun compromesso. La parola lavoro, che avrebbe potuto evocare la ricostruzione e la cura, è diventata sinonimo di distruzione.

Se questa è la linea che Israele intende seguire, il futuro non porterà sicurezza, ma un isolamento sempre più grave. Netanyahu non ha costruito ponti, ha scavato fossati. Non ha offerto soluzioni, ha moltiplicato i problemi. E soprattutto, non ha dato voce a un popolo che chiede pace, ma a un leader che pretende vittoria a ogni costo, trasformando il dolore in spettacolo e la tragedia in propaganda.

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