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Mercoledì, 01 Ottobre 2025 09:56

Rula Jebreal e i dubbi sull’intesa: Israele lascerà davvero la Striscia?

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«Homo sum, humani nihil a me alienum puto» — Terenzio

Intesa: è questa la parola che oggi domina il dibattito sul Medio Oriente, ma che al tempo stesso appare fragile e incerta. Rula Jebreal, giornalista e scrittrice palestinese con una lung


a carriera internazionale, ha messo in evidenza la distanza tra gli accordi firmati sulla carta e la loro reale implementazione. Nelle sue parole emerge la disillusione di chi ha visto ripetersi più volte lo stesso copione: trattative esaltate come storiche che finiscono svuotate di contenuto, promesse solenni che non resistono alla prova dei fatti, dichiarazioni di pace smentite dall’odore acre della polvere da sparo.

La promessa della carta e la prova dei fatti

Secondo Jebreal, firmare un accordo non è difficile; la vera sfida è rispettarlo. La storia della regione è costellata di documenti che sembravano aprire scenari di pace: dalle intese di Oslo del 1993 al piano arabo del 2002, passando per le innumerevoli iniziative americane, europee e delle Nazioni Unite. Ogni volta, però, il punto di rottura è sempre stato lo stesso: l’assenza di una implementazione concreta. Anche oggi, nel cosiddetto piano Trump, l’elemento critico resta identico: il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, condizione necessaria per poter parlare davvero di sovranità palestinese.

Netanyahu tra Washington e Gerusalemme

Rula Jebreal mette in luce l’ambivalenza di Benjamin Netanyahu, capace di parlare due linguaggi diversi a seconda degli interlocutori. A Washington, davanti alla Casa Bianca, si mostra come l’uomo del compromesso, pronto a siglare intese e a garantire fasi di smilitarizzazione. A Gerusalemme e Tel Aviv, invece, guida una coalizione che guarda con favore all’annessione, che parla di espulsioni forzate, che considera Gaza e la Cisgiordania come terre destinate a essere inglobate.

Questa doppiezza non è un’invenzione recente, ma una costante della sua carriera politica. In passato, durante i cessate il fuoco, le prime fasi degli accordi sono state rispettate: ad esempio il rilascio degli ostaggi. Ma quando si arrivava al punto cruciale, cioè la progressiva riduzione della presenza militare, tutto si arenava. Per Jebreal, questa incoerenza mina la credibilità del premier: un leader che dice una cosa agli alleati internazionali e ne pratica un’altra davanti al suo elettorato non può essere considerato un garante affidabile.

Il piano in otto fasi: una pace a ostacoli

La proposta oggi sul tavolo si articola in otto fasi progressive, ciascuna delle quali condizionata al rispetto della precedente. Si tratta di una pace costruita per gradi, che dovrebbe evitare passi falsi e offrire garanzie di sicurezza a tutte le parti. Non è un’idea nuova: già il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi aveva delineato un piano simile alle Nazioni Unite, sostenuto da 58 Paesi arabi e musulmani.

Eppure, osserva Jebreal, il problema non è mai la forma dei piani, ma la loro applicazione. Ogni accordo è vulnerabile se manca la volontà politica di rispettarlo. La cronaca degli ultimi decenni è piena di tregue iniziate con grandi speranze e concluse nel silenzio amaro delle rovine.

Il ruolo di Tony Blair

Dentro questa architettura negoziale, spicca anche il coinvolgimento di Tony Blair, ex primo ministro britannico ed ex inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente. Blair ha cercato più volte di presentarsi come mediatore pragmatico, convinto che la pace non possa nascere solo da dichiarazioni solenni ma debba poggiare su progetti concreti: ricostruzione di infrastrutture, rilancio economico, creazione di posti di lavoro per i giovani palestinesi.

Blair parla spesso di “pace dal basso”, costruita attraverso la crescita economica e la cooperazione internazionale. È un approccio che ha affascinato diversi governi occidentali, sempre pronti a investire nel cosiddetto nation building. Ma per Jebreal – e per molti osservatori – questo metodo rischia di essere un’illusione: non si può costruire prosperità duratura senza libertà politica.

Che senso ha parlare di sviluppo economico se i confini restano chiusi, se le merci non possono circolare liberamente, se l’acqua e l’elettricità dipendono da decisioni militari? Che senso ha parlare di investimenti stranieri se il diritto di proprietà e di movimento è quotidianamente negato?

La critica rivolta a Blair è che la sua visione, pur animata da buone intenzioni, finisce per spostare l’attenzione dal nodo politico a quello tecnico-economico, come se l’occupazione fosse solo una questione di povertà e non di diritti. La pace non può essere ridotta a un programma di sviluppo: senza riconoscimento reciproco, senza garanzie di sovranità, ogni progetto economico si dissolve al primo riaccendersi delle ostilità.

Il nodo palestinese

Un altro tema decisivo è il coinvolgimento dei palestinesi stessi. Netanyahu ha dichiarato che non vuole affidare all’Autorità nazionale palestinese la gestione della transizione, preferendo strutture locali più frammentate e controllabili. Ma escludere i palestinesi dalla governance del proprio territorio significa condannarli a sentirsi estranei nel loro stesso Paese.

Jebreal lo sottolinea con forza: la pace non può essere decisa sopra le teste di chi la deve vivere. Hamas deve essere escluso dal futuro politico, ma esistono forze civili e politiche pronte a costruire un percorso condiviso. Israele, se vuole davvero una pace duratura, deve riconoscere queste realtà e coinvolgerle. Altrimenti, si ripeterà l’errore storico di imporre soluzioni dall’alto, senza un reale consenso.

L’atteggiamento italiano

In questo scenario complesso, emerge anche il ruolo dell’Italia. Tradizionalmente, il nostro Paese ha cercato di mantenere un equilibrio difficile: da un lato la storica amicizia con Israele, alimentata da legami politici, culturali ed economici; dall’altro, il riconoscimento della causa palestinese come parte essenziale di qualsiasi processo di pace.

Roma ha spesso sostenuto la soluzione dei “due Stati”, coerente con la linea europea, ma senza mai esercitare un’influenza determinante. L’Italia tende a muoversi all’interno della cornice dell’Unione Europea, evitando prese di posizione troppo marcate che potrebbero incrinare i rapporti con una delle parti.

Tuttavia, negli ultimi anni, la diplomazia italiana ha mostrato segni di maggiore attenzione verso il tema umanitario. Missioni civili, cooperazione sanitaria e scolastica, sostegno ai corridoi umanitari hanno reso visibile un approccio più concreto, anche se lontano dai riflettori politici.

Secondo diversi analisti, l’Italia potrebbe giocare un ruolo più incisivo proprio nella fase di implementazione: non tanto come grande potenza in grado di imporre soluzioni, ma come mediatore credibile capace di fornire assistenza tecnica, sostegno logistico, formazione civile. Un ruolo “silenzioso”, ma potenzialmente utile per tradurre in realtà le fasi scritte sulla carta.

La sfida per Roma è decidere se limitarsi a un sostegno formale, allineandosi alle decisioni di Washington e Bruxelles, oppure assumere un’iniziativa autonoma, più coraggiosa, capace di valorizzare la sua tradizione di mediazione mediterranea.

L’ombra dell’isolamento internazionale

Un elemento nuovo, rispetto al passato, è l’isolamento crescente di Israele. Le proteste fuori dal Palazzo di Vetro, le manifestazioni in Europa e negli Stati Uniti, le prese di posizione di numerosi Paesi arabi e musulmani hanno creato una pressione che non può essere ignorata.

Persino gli Stati Uniti, tradizionale alleato incondizionato, hanno iniziato a modulare il loro sostegno. Non perché abbiano abbandonato Israele, ma perché sanno che la loro credibilità internazionale dipende anche dalla capacità di promuovere una pace autentica. Continuare a difendere scelte unilaterali e incoerenti rischia di minare la posizione americana nello scenario globale.

Tra speranza e disillusione

C’è un filo di speranza, perché almeno formalmente Israele e una parte significativa del mondo arabo hanno riconosciuto la necessità di un processo multilaterale. Ma la disillusione resta forte, alimentata dalla ripetizione degli stessi errori e dalla convinzione che la leadership israeliana non abbia reale intenzione di cambiare.

«Tra l’accettazione e l’implementazione c’è un mare intero in mezzo», afferma Jebreal. È un’immagine che sintetizza decenni di promesse non mantenute. In quel mare si sono già inabissate Oslo, Camp David, il piano arabo, le innumerevoli mediazioni internazionali.

Il senso della frase di Terenzio

Proprio qui acquista forza la citazione iniziale: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto». Quando Terenzio la scriveva, nel II secolo a.C., intendeva sottolineare una condizione universale: l’uomo non può chiudersi in sé stesso, perché tutto ciò che riguarda l’umano lo tocca, lo riguarda, lo attraversa.

Nel contesto mediorientale, questa massima diventa quasi un monito. Ci dice che nessun dolore può essere confinato entro i muri di Gaza o le barriere di Israele. Le lacrime di una madre palestinese e quelle di una madre israeliana non sono estranee le une alle altre: appartengono entrambe a quella comune esperienza umana che non conosce confini di lingua, religione o nazionalità.

Se davvero nulla di ciò che è umano ci è estraneo, allora la pace non è solo un dovere politico, ma un imperativo etico. Significa riconoscere che l’ingiustizia, anche se accade lontano da noi, ci interroga e ci riguarda. Che la violenza non può essere normalizzata solo perché colpisce “gli altri”.

La lettura italiana: umanesimo e Mediterraneo

L’Italia, più di altri Paesi, porta dentro di sé questa lezione. La nostra storia, dalle radici romane all’umanesimo rinascimentale, fino al pensiero civile di figure moderne, ha sempre posto l’accento sulla centralità della persona e della dignità umana. Nel Mediterraneo, culla di civiltà intrecciate, la massima di Terenzio assume il valore di un richiamo politico-culturale: non possiamo pensare la sicurezza senza pensare insieme l’umanità.

Non è un caso che statisti italiani abbiano spesso coniugato politica estera e visione etica. Alcide De Gasperi, all’indomani della guerra, ricordava che l’Europa non si sarebbe salvata con gli eserciti, ma con la capacità di riconoscere la comune umanità tra popoli nemici. Aldo Moro, nel pieno della Guerra Fredda, parlava del Mediterraneo come “mare di civiltà condivisa”, da vivere non come frontiera di conflitto ma come spazio di dialogo. Sandro Pertini, nel suo stile diretto, ammoniva che la pace non si costruisce con i missili ma con la giustizia e con il rispetto dei diritti.

Queste voci convergono nello stesso insegnamento: la politica estera italiana ha senso solo se rimane fedele all’umanesimo che l’ha generata. La frase di Terenzio diventa così una bussola concreta: ci ricorda che ogni scelta diplomatica, ogni trattativa, ogni intesa internazionale deve partire dal presupposto che ciò che riguarda l’altro riguarda anche noi.

Una linea guida per Roma

Alla luce di tutto questo, il richiamo di Terenzio e la tradizione umanistica italiana possono diventare più di un ornamento culturale: una bussola operativa per la diplomazia di Roma. L’Italia non ha la forza militare né il peso geopolitico delle grandi potenze, ma può offrire ciò che spesso manca nei tavoli negoziali: memoria storica, sensibilità culturale, capacità di mediazione.

In un contesto segnato da diffidenze e rotture, l’Italia potrebbe proporre una via fondata sul principio che nulla di ciò che è umano ci è estraneo: significa difendere la dignità delle vittime, promuovere la cooperazione civile, favorire progetti condivisi senza mai dimenticare che la pace non è solo un obiettivo strategico, ma un diritto umano universale.

Questa potrebbe essere la vera “specificità italiana”: non l’allineamento passivo alle decisioni altrui, ma la scelta coraggiosa di mettere al centro l’umanità comune, trasformando l’antica massima di Terenzio in programma politico e morale per il Mediterraneo.

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