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Sabato, 18 Ottobre 2025 12:34

Il silenzio che uccide: l’attentato all’auto di Ranucci come assalto alla verità

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«Quando il potere insorge contro la verità, l’indifferenza diventa complice.» — (ispirato a Vaclav Havel)

L’esplosione dell’auto di Sigfrido Ranucci squarcia il silenzio ipocrita di un Paese che osserva, commenta e poi dimentica. È un colpo non solo contro un uomo, ma contro il principio stesso di verità: perché quando la menzogna si traveste da satira e la violenza si nasconde dietro il sorriso, la democrazia è già ferita, e l’opinione pubblica si assuefa, confondendo libertà con spettacolo.

Nel novembre del 2023, durante una seduta della Commissione di Vigilanza Rai, Maurizio Gasparri si rese protagonista di un episodio sconcertante e offensivo. Davanti a Ranucci, tirò fuori una carota e una bottiglietta di cognac, dicendo: «Le ho portato un cognac se ha bisogno di coraggio… e anche una carota, per chi teme la commissione». Attorno a lui, tra cui Roberto Rossi di Forza Italia, si rideva. Si rideva mentre un uomo che da anni vive sotto scorta veniva umiliato pubblicamente.

Cosa ridevate, vi chiedo? Cosa c’è di divertente nell’offendere un giornalista che da decenni mette a rischio la propria vita per portare verità e giustizia sugli schermi del servizio pubblico? Non c’era nulla da ridere, ma la risata — quella risata falsa, di branco — era parte del disegno: normalizzare il disprezzo, ridurre la verità a caricatura, e il coraggio a farsa.

Due anni dopo, quel disprezzo è diventato una bomba.

Questa mattina, poco dopo le cinque e mezza, un ordigno è esploso sotto l’automobile di Ranucci, parcheggiata sotto casa. Il boato ha squarciato il silenzio del quartiere, distruggendo la vettura e mandando in frantumi i vetri delle finestre vicine. Gli abitanti, svegliati di soprassalto, hanno visto fiamme, detriti, fumo. Fortunatamente nessuno era a bordo dell’auto. Ma il messaggio è inequivocabile: chi indaga, chi espone il potere, chi osa raccontare ciò che non si deve dire, è un bersaglio.

Le forze dell’ordine hanno isolato la zona, raccolto frammenti dell’ordigno, analizzato le telecamere e ascoltato testimoni. Gli artificieri hanno confermato la natura esplosiva del dispositivo, costruito con competenza e precisione. Non un gesto improvvisato, ma un atto pianificato per terrorizzare.

Il prezzo della verità

L’attentato non è un episodio isolato: è la conseguenza di un clima. Un clima in cui chi indaga viene messo alla berlina, accusato, ridicolizzato, isolato. Dove la menzogna è più comoda della verità, e la verità stessa diventa sospetta. In questo clima, le parole di Gasparri, la risata dei presenti, le allusioni di certe trasmissioni “ironiche” non sono solo cattivo gusto: sono il preludio. Prima si delegittima, poi si colpisce.

Ranucci non è un personaggio: è un simbolo. È l’ultimo volto di un giornalismo che non obbedisce. E il paradosso è che, mentre viene insultato, la stessa televisione pubblica che lui onora continua a ospitare programmi che smantellano il senso del servizio pubblico.

La satira servile: il caso Un giorno da pecora

C’è una forma di volgarità più sottile dell’insulto: quella che si veste di leggerezza, di sorriso, di finta libertà. Un giorno da pecora è l’esempio più chiaro di questa degenerazione. Si presenta come programma satirico, irriverente, “politicamente scorretto”, ma in realtà è uno dei prodotti più servili e addomesticati del panorama televisivo italiano.

Mentre Report espone rischi, scandali, poteri e connivenze, Un giorno da pecora li accarezza, li invita, li fa ridere. Fa credere di irridere il potere, ma in realtà lo normalizza, lo umanizza, lo protegge. Il politico diventa ospite fisso, il potente diventa “simpatico”, il cinico diventa “folkloristico”. È così che la satira muore, trasformata in complicità.

Non c’è nulla di coraggioso nel far ridere con chi comanda. È molto più volgare la risata che consola il potere che cento urla di chi lo denuncia. Perfino Bruno Vespa, spesso criticato per la sua prudenza istituzionale, appare più onesto: almeno non finge di essere libero. Un giorno da pecora, invece, traveste la piaggeria da indipendenza, la complicità da satira, la reverenza da spirito critico. È peggiore perché ipocrita: si finge anarchico mentre è profondamente conformista.

Dal cinismo alla bomba

Il gesto di oggi è il frutto di anni di anestesia morale. Quando la politica trasforma l’offesa in battuta e i media trasformano la battuta in folklore, la società smette di distinguere ciò che è grave da ciò che è indecente. Si ride di tutto, si accetta tutto, si normalizza tutto.

Ma tra la risata e la bomba non c’è distanza: c’è continuità. C’è il filo che unisce la carota e il cognac al tritolo. La derisione di ieri ha aperto la strada alla violenza di oggi. E chi tace o minimizza è parte del problema.

Difendere Report è difendere la democrazia

Difendere Report non è prendere posizione per un programma, ma per un principio. Significa difendere l’idea che l’informazione debba essere indipendente, coraggiosa, e disposta a disturbare. Ogni cittadino che accende la TV per ascoltare la verità e non la propaganda oggi dovrebbe sentirsi colpito dall’attentato a Ranucci.

L’auto distrutta non è solo un oggetto: è un simbolo. È la memoria bruciata di un Paese che troppo spesso lascia soli coloro che combattono per la verità. È il promemoria che la libertà di stampa non si difende con comunicati di solidarietà, ma con indignazione vera, con rifiuto, con memoria attiva.

Conclusione

Non basta essere indignati. Bisogna agire, parlare, ricordare. Ricordare la carota e il cognac, la risata vile, la finta ironia, e infine la bomba. L’Italia deve scegliere se vuole essere un Paese di coscienze o di comparse, di cittadini o di spettatori.

La verità non esplode da sola. La fanno saltare il conformismo, la superficialità, la servitù.
Il silenzio uccide.
Rompiamolo.

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