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Giovedì, 30 Ottobre 2025 15:54

Il ponte dei miracoli (mancati): la Corte dei Conti boccia il sogno di Salvini

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«La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.» — Piero Calamandrei

La notizia è ormai ufficiale: la Corte dei Conti ha bocciato definitivamente il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, negando il visto di legittimità alla delibera CIPESS che ne autorizzava l’avvio.
Un atto di portata storica che non solo ferma — per l’ennesima volta — il cantiere più discusso d’Italia, ma smonta, pezzo dopo pezzo, il simbolo politico per eccellenza del ministro Matteo Salvini, il suo totem personale di propaganda e autocelebrazione.

Dietro le parole euforiche del leader leghista, che parla di “scelta politica” e promette di “andare avanti comunque”, si nasconde la realtà: il ponte non è mai stato un progetto pronto, né economicamente sostenibile, né tecnicamente fondato. È stato, piuttosto, uno strumento narrativo, un feticcio identitario, agitato dal governo Meloni come emblema di efficienza e visione. Ora, però, la Corte dei Conti ha tolto il velo: l’impero infrastrutturale era di sabbia.

La bocciatura: motivazioni pesanti, non cavilli

La decisione della Corte non è un cavillo burocratico, come il governo tenta di far credere. È una bocciatura di merito e di metodo.
Nelle oltre cento pagine di rilievi, i giudici contabili hanno rilevato carenze che definire “strutturali” è poco:

assenza di coperture finanziarie certe, con costi lievitati a oltre 13,5 miliardi di euro, di cui una parte consistente ancora senza copertura definita;
violazione potenziale delle norme europee sugli appalti, dato che l’incremento dei costi rispetto al bando originario supera la soglia del 50%, che imporrebbe un nuovo procedimento di gara;
mancata valutazione ambientale aggiornata e dubbi sul rispetto delle direttive europee “Habitat” e VIA/VIncA;
irregolarità nella procedura CIPESS, che appare più come un atto politico di ratifica che un vero esame tecnico.

In sostanza, il ponte non sta in piedi — nemmeno sulla carta.
Non è un ritardo: è una bocciatura. Una condanna all’approssimazione.

Il fallimento di Salvini: propaganda al posto di progettazione

Matteo Salvini aveva fatto del ponte sullo Stretto il proprio vessillo personale. Da anni lo evoca in ogni comizio, come simbolo di un’Italia che “riparte” e di un Mezzogiorno che “si rialza”.
Ma la realtà è ben diversa: in due anni da ministro delle Infrastrutture, Salvini non ha costruito un solo metro di ponte, non ha avviato opere complementari — strade, ferrovie, porti — che dovrebbero renderlo utile, e non ha dato risposte ai rilievi tecnici che già da mesi gli organismi di controllo sollevavano.

Ha preferito la propaganda: conferenze stampa, slogan, rendering in 3D e minacce alla magistratura contabile. Quando la Corte dei Conti ha chiesto chiarimenti, lui ha gridato al “sabotaggio politico”.
Eppure la verità è che nessun sabotaggio è necessario per bloccare un progetto inesistente.

Il ponte di Salvini, come molti osservatori hanno sottolineato, non è mai uscito dalla dimensione simbolica. È servito a coprire l’assenza di una visione organica per il Sud: mentre le ferrovie siciliane rimangono lente, le autostrade calabresi fatiscenti e i porti privi di logistica moderna, il governo preferiva sbandierare un’opera titanica, anacronistica e potenzialmente disastrosa dal punto di vista ambientale.

Un governo allergico ai controlli

La reazione di Giorgia Meloni e del suo vice Salvini alla decisione della Corte è stata immediata e furiosa.
La premier ha parlato di “ennesimo atto di invasione della giurisdizione”, mentre Salvini ha definito i magistrati contabili “ostili allo sviluppo”.
In pratica, invece di affrontare le carenze evidenziate, il governo ha attaccato l’organo che tutela la legalità e la correttezza della spesa pubblica.

È un copione ormai collaudato: ogni volta che un’istituzione indipendente — dalla Corte dei Conti alla magistratura ordinaria, fino alla Commissione Europea — si oppone a un atto discutibile, il governo reagisce con vittimismo e aggressione.
Ma in uno Stato di diritto, non è la politica che decide ciò che è legittimo: sono le regole, le leggi, le procedure.
E qui le regole non sono state rispettate.

Il ponte come specchio di un’Italia stanca

Il progetto sullo Stretto, in realtà, è il paradigma di un Paese che continua a inseguire grandi opere come se fossero scorciatoie per la modernità.
Ogni governo lo rispolvera quando serve distrarre l’opinione pubblica, ma nessuno lo realizza. È una liturgia che si ripete dagli anni ’80, tra entusiasmi e fallimenti, inchieste e rinvii, miliardi spesi in studi preliminari.

Salvini e Meloni avrebbero potuto cambiare rotta: concentrarsi sulle infrastrutture realmente necessarie, sull’efficienza delle linee ferroviarie, sui collegamenti regionali, sui trasporti pubblici del Sud.
Invece hanno preferito l’illusione del colosso di acciaio, convinti che bastasse un simbolo per nascondere il vuoto di una strategia.

La Corte dei Conti non ha fatto altro che ricordare a questo governo che il sogno non può sostituire la sostanza, e che i bilanci pubblici non sono il palcoscenico delle ambizioni personali dei ministri.

Una lezione di umiltà (che il governo non ascolterà)

Il ponte sullo Stretto, nelle condizioni attuali, non è un’opera strategica ma una ferita potenziale.
La Sicilia e la Calabria non hanno bisogno di un collegamento faraonico sospeso sul mare, ma di un tessuto di infrastrutture di base funzionanti, di scuole, sanità, ferrovie, energia pulita.
E soprattutto, hanno bisogno di credibilità: quella che un governo perde quando insiste a difendere l’indifendibile.

Salvini si ostina a dire che “andrà avanti comunque”, ma sa benissimo che la bocciatura della Corte dei Conti è un muro legale: senza il visto di legittimità, nessun atto può produrre effetti, nessun appalto può partire.
Le sue dichiarazioni di guerra istituzionale non sono un piano, sono una sceneggiata.
E più il ministro alza la voce, più appare chiaro che il ponte era — e resta — un monumento alla sua vanità politica.

Il silenzio di Meloni e la resa dei conti

Colpisce il silenzio calcolato della premier Meloni. Dopo una prima difesa d’ufficio, ha lasciato Salvini da solo nella tempesta.
Un segnale politico preciso: il ponte è sempre stato “roba sua”, un’ossessione del leader leghista, e ora che l’operazione si è schiantata, Palazzo Chigi preferisce prenderne le distanze.
La Corte dei Conti, del resto, non ha agito d’impulso: aveva già chiesto chiarimenti a settembre, ricevendo risposte incomplete. Ha aspettato, ha valutato, poi ha deciso.
Non c’è complotto: c’è solo un fallimento annunciato.

E ora? Il conto dei sogni

Il ponte sullo Stretto, ancora una volta, torna nei cassetti della storia italiana.
Ma lascia dietro di sé un’eredità pesante: milioni di euro già spesi in consulenze, studi, stipendi e propaganda.
Il “ponte dei miracoli” non ha mai visto la luce, ma ha già divorato risorse che potevano migliorare la vita concreta di milioni di cittadini.

Il verdetto della Corte dei Conti è dunque più che una bocciatura tecnica: è una condanna politica.
Condanna l’arroganza di chi ha creduto di poter piegare la legge alla volontà politica, di chi confonde il potere con la competenza, la visione con la vanità.
E ci ricorda, con crudele chiarezza, che il futuro di un Paese non si costruisce con gli slogan, ma con la responsabilità.

“I ponti si costruiscono per unire. Ma questo governo ha usato il suo per dividere: cittadini da istituzioni, Sud da Nord, realtà da illusione.”

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