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Sabato, 18 Aprile 2026 12:27

Fine illusione e nascita Europa sovrana

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​"Il segreto del cambiamento è concentrare tutta la tua energia non nel combattere il vecchio, ma nel costruire il nuovo." — Socrate


​Il panorama politico globale del 2026 si presenta come un campo di macerie fumanti su cui tentano di germogliare nuove, incerte consapevolezze. La parabola di Donald Trump, le difficoltà di leader come Viktor Orbán e il riposizionamento strategico di Giorgia Meloni non sono semplici incidenti di percorso della cronaca elettorale, ma i sintomi di una mutazione genetica profonda del sistema-mondo nato nel 1945. Secondo lo storico Andrea Graziosi, professore emerito e fine analista delle dinamiche post-sovietiche, ci troviamo di fronte al tramonto definitivo dell’Occidente Atlantico e alla necessità urgente di ridefinire cosa significhi oggi essere "sovrani".

IL FALLIMENTO DELLA RISPOSTA SOVRANISTA NAZIONALE

​Negli ultimi dieci anni, una parte consistente dell'elettorato occidentale ha cercato rifugio nel sovranismo nazionale. La promessa era semplice, quasi seducente: tornare a una "normalità" del passato, ripristinare confini rigidi e recuperare una purezza identitaria perduta. Tuttavia, i fatti del 2026 dimostrano che questa è stata una risposta inadeguata a una crisi di scala globale.

​Il problema non risiede nel concetto di sovranità in sé — che resta l'aspirazione legittima di un popolo all'autodeterminazione — ma nella sua dimensione. In un mondo dove attori come Cina, India, Brasile e Nigeria ridefiniscono i rapporti di forza, pensare che la Francia, la Germania o l'Italia possano esercitare una vera sovranità in solitaria è un’illusione ottica. Il sovranismo nazionale, paradossalmente, finisce per rendere i Paesi più deboli, esponendoli alle tempeste della tecnologia e della finanza globale senza uno scudo adeguato.

LA CRISI DEMOGRAFICA E IL PESO DELLA VECCHIAIA

​Uno dei punti più dolenti toccati da Graziosi è la natura demografica della crisi attuale. L'Europa, e l'Italia in particolare, sono società "vecchie". Un'età media che sfiora i 50 anni non è solo una statistica medica o previdenziale; è un fattore che influenza la vitalità politica e l'audacia visionaria di un continente.

​Le società anziane tendono alla conservazione e alla nostalgia. Hanno paura del futuro perché sentono di avere troppo da perdere e poco tempo per ricostruire. Questo spiega perché, nonostante il fallimento delle destre populiste, le alternative di sinistra spesso fatichino a convincere: anche loro, frequentemente, si rifugiano nella nostalgia dello Stato Sociale del XX secolo, ignorando che le basi materiali di quel mondo sono state erose dalla globalizzazione e dall'emergere di nuovi poli tecnologici.

​L’EUROPA OLTRE L’ATLANTICO E LA RUSSIA

​Per decenni, l'Europa ha vissuto protetta sotto l'ombrello americano, consegnando "le chiavi di casa" a Washington in cambio di sicurezza e stabilità. Ma il ciclo di Trump ha dimostrato che quel rapporto non è più garantito né scontato. Allo stesso tempo, il sogno di una "grande Europa" dagli Atlantico agli Urali, caro a Gorbaciov, è naufragato nelle trincee dell'Ucraina.

​Oggi l'Europa si scopre più piccola e più sola. Non è più l'appendice orientale di un mondo atlantico centrato su New York, perché il cuore pulsante degli Stati Uniti si è spostato sulla costa del Pacifico, verso il mondo dell'Intelligenza Artificiale e della Silicon Valley. L'Europa deve quindi imparare a essere un "soggetto terzo", capace di gestire in autonomia i propri satelliti, la propria difesa e le proprie infrastrutture digitali. Se domani sparissero i servizi di Big Tech americana o i sistemi di pagamento internazionali, l'Europa sarebbe paralizzata. Questa non è indipendenza; è vulnerabilità sistemica.

IL RUOLO DELL’UCRAINA E IL NUOVO ASSE BALTICO

​In questo contesto di ridefinizione, l’Ucraina emerge non solo come un Paese aggredito, ma come un laboratorio di resilienza e identità europea. La capacità di Kiev di costruire uno Stato moderno sotto il fuoco e di integrare tecnologia e tenacia militare ha creato un precedente. L'Ucraina è oggi un pezzo fondamentale del puzzle: se si vuole un'Europa sovrana, essa deve includere il dinamismo di chi ha scelto consapevolmente di appartenere a questo spazio di valori.

​Si profila così una possibile Europa a due velocità, o meglio, con un nuovo baricentro: un polo baltico-scandinavo-polacco-tedesco-ucraino, dove la percezione del rischio e la necessità di una difesa comune sono motori di integrazione reale.

LA SFIDA DEL 2027 E IL FUTURO DELLA SOVRANITÀ

​Il prossimo spartiacque fondamentale sarà il voto francese del 2027. La Francia rimane l'unico Paese dell'Unione Europea dotato di deterrenza nucleare e di una proiezione geopolitica globale ereditaria. Se la risposta francese sarà un ripiegamento nel nazionalismo di stampo lepenista, il progetto di una sovranità europea coordinata potrebbe subire un colpo letale.

​La sfida, dunque, non è scegliere tra destra e sinistra in senso tradizionale, ma tra nostalgia e realtà. Costruire un'Europa sovrana significa:

​Creare una Nato europea con capacità di comando indipendenti.
​Investire massicciamente in un'intelligenza artificiale continentale.
​Superare il sistema dei veti che paralizza l'Unione Europea.
​Trasformare il sovranismo da "nazionale" a "continentale".

​Non si tratta di cancellare le identità dei singoli popoli, ma di dare loro una scala sufficiente per non essere schiacciati dai giganti del XXI secolo

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