Viviamo in un’epoca in cui la superficie degli eventi ha inghiottito la loro sostanza, un tempo in cui la narrazione conta infinitamente più del fatto in sé. Se ne sono accorti gli spettatori della televisione di Stato, assistendo alle performance di Massimo Giletti su Rai 1, un conduttore che si è ormai brillantemente ritagliato il ruolo di "storico dell'ovvio". Nella sua ultima fatica televisiva dedicata alla morte di Benito Mussolini, la complessità storiografica è stata ridotta a un rito rassicurante e ripetitivo: si svelano segreti che segreti non sono più da decenni, si cavalca il brivido del già noto con la drammaturgia dell'inedito, trasformando la grande Storia in un talk show permanente dove l'approfondimento cede il passo alla tautologia. Ma se l'ovvietà si fa spettacolo in Italia, oltreoceano lo spettacolo si fa geopolitica muscolare e frontiera sbarrata.
Il paradosso del talk show nostrano, dove si discute del passato con la pretesa di fare rivelazioni epocali mentre si ribadisce l'evidente, trova un riflesso speculare e gigantesco nel presente internazionale. Il palcoscenico, stavolta, è quello verde e dorato dei Mondiali di calcio FIFA 2026. L'evento che per antonomasia avrebbe dovuto celebrare la globalizzazione, l'inclusione e il superamento dei confini nel Nord America si è trasformato in un cortocircuito logico e politico. Al centro di questo teatro c'è Donald Trump, il cui approccio alla più grande manifestazione sportiva del pianeta ricalca perfettamente il comportamento da palazzinaro prestato alla massima carica dello Stato: una gestione del potere che concepisce lo spazio pubblico come una proprietà privata, il diritto internazionale come un contratto d'affitto da rinegoziare e gli ospiti stranieri come inquilini morosi o abusivi da espellere alla prima occasione.
Il torneo mondiale con lo sfratto esecutivo per le nazioni sgradite al grande costruttore
I grandi eventi della FIFA sono sempre stati macchine da soldi e operazioni di soft power, ma l'edizione del 2026, co-ospitata da Stati Uniti, Canada e Messico, prometteva di ridefinire il concetto stesso di festival globale del calcio. Era l'ambizione della vigilia: unire un intero continente per accogliere il mondo. Una retorica impeccabile, che però si è schiantata contro la dottrina migratoria dell'amministrazione Trump, culminata nel drastico travel ban reintrodotto a pieno regime nel giugno 2025.
Il comportamento da costruttore edile che decide chi può varcare la soglia del proprio palazzo si sta traducendo in una serie di respingimenti e umiliazioni burocratiche che colpiscono delegazioni ufficiali, atleti e arbitri scelti direttamente dalla federazione internazionale. Il calcio, che si illudeva di essere una zona franca extraterritoriale, ha dovuto fare i conti con la dura realtà dei controlli doganali americani, trasformando la competizione in una farsa geopolitica.
Il caso dell'Iran rasenta il grottesco e mostra fino a che punto la logica del profilo geopolitico influenzi lo sport. La squadra ha ottenuto il diritto di partecipare sul campo, ma l'amministrazione statunitense ha concesso i visti d'ingresso a una condizione senza precedenti: i calciatori possono entrare nel territorio degli Stati Uniti esclusivamente nel giorno della partita e hanno l'obbligo tassativo di abbandonare il paese subito dopo il fischio finale.
Ritiro forzato a Tijuana: Per poter giocare, la federazione iraniana ha dovuto cancellare il ritiro originariamente pianificato a Tucson, in Arizona, e trasferirsi daccapo in Messico.
Logistica da pendolari esasperati: Gli atleti sono costretti a fare la spola attraverso il confine, affrontando ore di viaggio e procedure doganali a ridosso dei match, mentre quindici membri dello staff e della dirigenza sono rimasti bloccati senza visto.
Si tratta di una penalizzazione sportiva evidente, imposta non da un giudice di gara, ma da un ufficio visti che applica le regole del "padrone di casa". Una situazione che mina la regolarità stessa del torneo, alterando l'equilibrio psicofisico dei giocatori prima di scendere in campo.
Interrogatori estenuanti in aeroporto e direttori di gara espulsi senza spiegazioni ufficiali
Se l'Iran è costretto al pendolarismo, per l'Iraq e altre nazioni l'esperienza dell'arrivo negli Stati Uniti si è trasformata in un percorso a ostacoli fatto di lunghi interrogatori e respingimenti immotivati. Aymen Hussein, l'attaccante simbolo del calcio iracheno e artefice della qualificazione della sua nazionale, è stato trattenuto per sette ore all'aeroporto di Chicago, sottoposto a controlli supplementari prima di ricevere un riluttante via libera.
Destino peggiore è toccato al fotografo ufficiale della squadra, Tala Salah, a cui è stato negato l'ingresso dopo dieci ore di isolamento in aeroporto, rispedito indietro senza che le autorità fornissero dettagliate spiegazioni alla Customs and Border Protection. Ma il caso più clamoroso, che mina direttamente l'autorità della stessa FIFA e della commissione arbitri presieduta da Pierluigi Collina, riguarda l'arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan.
Artan, incoronato come il miglior arbitro africano del 2025 dalla Confederazione calcistica africana e primo cittadino somalo nella storia a essere designato per un Mondiale, è stato fermato a Miami. Nonostante fosse in possesso di un passaporto diplomatico e di un visto regolarmente rilasciato, le autorità doganali gli hanno imposto di lasciare immediatamente il paese dopo una serie di controlli aggiuntivi, liquidando la federazione internazionale con spiegazioni del tutto generiche.
Il fatto che un ufficiale di gara, selezionato dall'organo di governo del calcio mondiale e munito di credenziali diplomatiche, venga respinto alla frontiera mostra l'assoluta indifferenza dell'amministrazione Trump nei confronti della FIFA. La risposta della federazione guidata da Gianni Infantino, d'altronde, è stata una timida presa d'atto: la sovranità nazionale batte i regolamenti sportivi, anche quando la faccia e la credibilità del torneo vengono messe pubblicamente a rischio.
Il profiling di squadra sistematico che ha colpito le delegazioni di Uzbekistan e Senegal
Le misure di sicurezza straordinarie non hanno risparmiamento nemmeno nazioni apparentemente lontane dalle principali tensioni diplomatiche della Casa Bianca, assumendo i tratti di una vera e propria esibizione di forza muscolare e controllo ossessivo. L'Uzbekistan, arrivato alla sua prima storica qualificazione mondiale sotto la guida tecnica dell'italiano Fabio Cannavaro, ha vissuto il benvenuto americano all'Icahn Stadium di New York. Prima di un'amichevole contro l'Olanda, l'intero pullman della squadra è stato bloccato.
Giocatori e staff sono stati costretti a scendere e a mettersi in fila sulla strada per controlli individuali con metal detector, perquisizioni personali e l'intervento delle unità cinofile antidroga che hanno ispezionato i bagagli disposti sul marciapiede, sotto gli occhi increduli del commissario tecnico italiano. Poche ore dopo, una sorte analoga è toccata alla nazionale del Senegal: perquisizioni accurate direttamente sulla pista d'atterraggio dell'aeroporto, con i calciatori invitati a togliersi le scarpe all'aperto per superare le verifiche.
Le immagini, rimbalzate immediatamente sui social network, hanno mostrato al mondo il volto di un Mondiale militarizzato, dove l'atleta non è un ospite d'onore, ma un potenziale elemento di disturbo da monitorare. Questo atteggiamento da amministratore di condominio sospettoso svuota di significato l'evento sportivo, riducendolo a una dimostrazione di forza interna.
Le parole vuote della federazione calcistica e l'allarme lanciato dalle organizzazioni per i diritti umani
L'impianto retorico costruito attorno a questo torneo sta crollando sotto il peso delle denunce delle organizzazioni internazionali. Amnesty International ha espresso una posizione durissima, ricordando come i Mondiali del 2026 avrebbero dovuto essere i primi a inserire criteri vincolanti in materia di diritti umani nelle clausole di assegnazione ai paesi ospitanti. L'organizzazione sostiene apertamente che si sia trattato solo di parole vuote e promesse tradite dal cinismo politico.
Il rischio concreto è che il profiling razziale, i divieti d'ingresso discriminatori e la sorveglianza arbitraria non colpiscano solo i professionisti del pallone, ma si estendano a cascata sui milioni di tifosi che in queste settimane cercheranno di viaggiare per seguire le proprie squadre. La FIFA, pur di mantenere intatto il business miliardario dei diritti televisivi e delle sponsorizzazioni, ha accettato il compromesso, rinunciando a esigere quelle garanzie legali che avrebbero dovuto tutelare lo spirito universale del gioco.
Mentre sulle reti televisive italiane si continua a fare accademia sull'ovvio, spettacolarizzando la storia passata per non disturbare il presente, la cronaca reale ci consegna l'immagine di un mondo profondamente frammentato. Il grande torneo globale è diventato il condominio privato di un leader che applica le regole del proprio portafoglio immobiliare alla geopolitica dello sport. Chi vuole entrare deve sottomettersi al controllo del proprietario, lasciando i propri diritti fondamentali fuori dal cancello.



