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Giovedì, 24 Settembre 2026 10:02

Oltre le luci del Colosseo: scuola, sicurezza e il valore delle persone

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​«Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.» — Malala Yousafzai

​Il lavoro dovrebbe essere una promessa di dignità, non un rischio di morte. E una scuola dovrebbe essere il luogo nel quale quella dignità comincia a essere costruita, soprattutto per chi arriva da lontano, per chi non conosce ancora la lingua, per chi entra in una società nuova con poche parole in tasca e molti bisogni. La morte di un giovane operaio di 22 anni al Colosseo obbliga invece a guardare insieme due questioni che troppo spesso vengono separate: la dignità del lavoro e la dignità dell'integrazione.

​Il Colosseo è uno dei luoghi più visitati e conosciuti del mondo. Ogni giorno migliaia di persone arrivano da Paesi diversi per ammirarlo, fotografarlo, attraversarne gli spazi, ascoltarne la storia. Eppure, proprio mentre migliaia di visitatori entravano nell'Anfiteatro Flavio, un giovane lavoratore impegnato nel cantiere dell'impianto di illuminazione perdeva la vita precipitando da circa dieci metri.

​Secondo le prime ricostruzioni, l'incidente è avvenuto durante un lavoro in quota affidato a una società subappaltatrice. La magistratura dovrà stabilire responsabilità, eventuali violazioni e dinamica dell'accaduto. Non è possibile anticipare ciò che dovrà essere accertato nelle sedi competenti. Ma una cosa non ha bisogno di aspettare un'indagine: un ragazzo di 22 anni è uscito di casa per lavorare e non è più tornato.

​E questo dovrebbe essere sufficiente per costringerci a fermarci.

​Non soltanto davanti al Colosseo.

Davanti al lavoro.

​Perché il caso del Colosseo non è soltanto un fatto di cronaca. È una ferita simbolica. Il monumento che rappresenta la grandezza di una civiltà antica diventa improvvisamente lo scenario di una domanda modernissima: quanto vale la vita di chi lavora?

​L'Inail ha registrato nel 2025, secondo i dati provvisori poi aggiornati nella documentazione annuale, 1.093 denunce di infortunio con esito mortale, delle quali 792 relative a infortuni avvenuti in occasione di lavoro. Sono numeri che non possono diventare una semplice colonna statistica. Dietro ogni numero c'è un volto, una madre, un padre, un compagno, dei figli, degli amici, una casa nella quale qualcuno aspetta inutilmente il ritorno di una persona.

​E ogni volta che diciamo "incidente" dovremmo ricordare che la parola non deve diventare una scorciatoia per la rassegnazione.

​Un incidente può essere imprevedibile. Ma la sicurezza non può esserlo.

La sicurezza deve essere progettata, verificata, controllata e continuamente migliorata.

​Non basta avere un documento sulla sicurezza se poi il lavoratore non viene adeguatamente formato. Non basta consegnare un casco se l'organizzazione del lavoro espone comunque a un rischio evitabile. Non basta stabilire una procedura se nessuno controlla che venga rispettata. Non basta una firma su un contratto se dietro quella firma esiste una catena di appalti nella quale la responsabilità rischia di diventare sempre più indistinta.

​La sicurezza non può essere subappaltata.

La persona non può diventare l'ultimo anello della catena produttiva.

​Ed è proprio qui che la tragedia del Colosseo apre una questione più vasta, che riguarda anche migliaia di lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese.

​Non perché lo straniero sia naturalmente più vulnerabile. E nemmeno perché ogni lavoratore immigrato sia sfruttato. Sarebbe ingiusto e falso generalizzare.

​Ma esistono dati che mostrano una situazione di maggiore esposizione al rischio.

​Uno studio dell'Inail pubblicato nel dicembre 2025 rileva che i lavoratori nati all'estero, pur rappresentando circa il 10% degli occupati considerati nello studio, denunciano il 20% degli infortuni e l'8% delle malattie professionali; l'incidenza infortunistica indicata dall'analisi è di 31 casi ogni 1.000 occupati contro 14 tra i lavoratori italiani. L'istituto collega questa maggiore esposizione anche alla concentrazione nei settori più rischiosi, alla precarietà contrattuale, alla presenza di lavori manuali e usuranti e, in alcuni casi, all'irregolarità lavorativa e agli ostacoli linguistici.

​Questo dovrebbe indurre a una riflessione seria.

​Non dobbiamo chiederci soltanto perché arrivano.

Dobbiamo chiederci anche in quali condizioni lavorano una volta arrivati.

​Perché una società può essere formalmente ricca e contemporaneamente produrre sacche di lavoro povero, precario e insicuro. Può celebrare il valore dell'impresa e dimenticare il valore dell'operaio. Può parlare di crescita mentre una parte della popolazione lavora senza avere la reale possibilità di rifiutare condizioni inaccettabili.

​Il problema non è lo straniero.

Il problema è lo sfruttamento della vulnerabilità.

​E la vulnerabilità può avere molti volti.

Può essere quella di un immigrato che non conosce abbastanza bene l'italiano per comprendere un contratto o una disposizione di sicurezza.

Può essere quella di una donna che teme di perdere il posto.

Può essere quella di un giovane alla prima esperienza.

Può essere quella di un lavoratore anziano costretto a continuare.

Può essere quella di chi ha una famiglia da mantenere e accetta condizioni che altrimenti rifiuterebbe.

Può essere quella di chi lavora in nero e quindi ha paura perfino di denunciare un abuso.

​Quando una persona è economicamente ricattabile, la libertà di dire "no" non è più la stessa.

​Ed è questo che una società civile dovrebbe impedire.

​Anche perché esiste un'altra forma di abbandono, più silenziosa ma altrettanto importante: l'abbandono educativo.

​Un bambino che arriva in Italia e non parla italiano non è un bambino meno intelligente. Non è un bambino meno capace. Non è un bambino destinato necessariamente alla marginalità.

​È semplicemente un bambino che possiede una lingua diversa e che deve imparare quella del Paese nel quale vive.

​Ma qui dobbiamo avere il coraggio di essere concreti.

​Dire che tutti devono stare insieme è un principio importante.

Dire che tutti devono imparare insieme nello stesso identico modo può invece essere un errore pedagogico.

​Un bambino che conosce perfettamente l'italiano e un bambino appena arrivato che non comprende una frase possono condividere la stessa classe, gli stessi giochi, gli stessi insegnanti, la stessa comunità scolastica; ma non hanno necessariamente bisogno della stessa didattica nello stesso moment.

​Per questo sarebbe ragionevole rafforzare, nelle scuole con un numero significativo di alunni neoarrivati, gruppi temporanei o classi di alfabetizzazione intensiva in italiano L2, organizzati sulla base del livello linguistico e non della nazionalità.

​Non classi per "stranieri".

Non classi per africani, asiatici, arabi o europei dell'Est.

Non classi-ghetto.

​Gruppi linguistici temporanei, aperti e permeabili.

​Un bambino potrebbe trascorrere una parte dell'orario nella propria classe e una parte in un laboratorio intensivo di italiano. Potrebbe essere seguito da docenti specializzati nell'italiano come lingua seconda, lavorare in piccoli gruppi, acquisire rapidamente il lessico fondamentale e rientrare progressivamente nelle attività comuni.

​È una differenza decisiva.

​Separare per escludere significa creare marginalità.

Separare temporaneamente per insegnare ciò che serve a partecipare può invece essere uno strumento di inclusione.

​Le linee guida ministeriali sull'integrazione degli alunni con background migratorio hanno già riconosciuto l'importanza dell'italiano come lingua seconda e della costruzione di percorsi specifici per gli alunni neoarrivati. Inoltre, dal 2025/2026 la normativa prevede la possibilità di assegnare docenti dedicati all'italiano per stranieri nelle classi con determinate percentuali di studenti neoarrivati o privi delle competenze linguistiche di base, oltre a percorsi di potenziamento e alla possibilità di collaborazione con i CPIA per la valutazione delle competenze linguistiche in ingresso.

​Bisognerebbe però andare oltre una semplice misura amministrativa e immaginare un vero modello nazionale di alfabetizzazione intensiva.

​Primo: valutazione iniziale della competenza linguistica.

Secondo: piccolo gruppo di apprendimento, indipendentemente dalla nazionalità.

Terzo: insegnamento intensivo dell'italiano parlato, letto e scritto.

Quarto: acquisizione del vocabolario necessario per comprendere le altre discipline.

Quinto: educazione civica concreta: scuola, regole, diritti, doveri, sicurezza, servizi pubblici, salute, lavoro.

Sesto: progressivo rientro nelle attività della classe ordinaria.

Settimo: tutoraggio anche dopo il raggiungimento del primo livello linguistico, perché conoscere le parole quotidiane non significa ancora essere in grado di studiare storia, matematica, scienze o letteratura in italiano.

​La scuola dovrebbe quindi essere contemporaneamente ponte e casa.

​Ponte, perché deve consentire al bambino di passare dalla lingua che conosce alla lingua della nuova comunità.

Casa, perché durante questo passaggio non deve mai fargli sentire che la sua lingua d'origine è una colpa.

​L'italiano deve essere insegnato con grande rigore, ma senza umiliate le altre lingue.

​Un bambino che parla arabo, cinese, bengalese, ucraino, rumeno, spagnolo o qualsiasi altra lingua non arriva a scuola privo di cultura. Arriva con una cultura diversa.

​Il compito della scuola non è cancellarla.

È aggiungere una lingua e una possibilità.

​E questo diventa ancora più importante se vogliamo evitare che l'emarginazione scolastica si trasformi domani in marginalità sociale.

​Perché c'è un filo invisibile che collega la scuola al lavoro.

​Il bambino che non riesce a comprendere la lingua rischia di accumulare ritardi. Il ragazzo che accumula ritardi può abbandonare più facilmente il percorso scolastico. Chi possiede una formazione fragile può avere più difficoltà ad accedere ai lavori qualificati. Chi ha poche alternative può diventare più ricattabile.

​E così, molti anni dopo, ritroviamo lo stesso ragazzo adulto dentro un cantiere, in un magazzino, in un campo agricolo, in una cucina, sulle strade come fattorino, magari in condizioni che lo espongono maggiormente al rischio.

​L'Inail ha evidenziato proprio la concentrazione dei lavoratori immigrati in settori come agricoltura, edilizia, ristorazione e industria leggera, insieme a una maggiore esposizione infortunistica.

​Per questo integrazione scolastica e sicurezza sul lavoro non sono due problemi separati.

Sono due momenti della stessa responsabilità collettiva.

​Una scuola che insegna bene l'italiano non sta soltanto insegnando una lingua.

Sta aumentando la possibilità che un futuro lavoratore comprenda un contratto, legga un cartello di pericolo, sappia chiedere un chiarimento, conosca i propri diritti, comprenda una procedura di sicurezza e abbia gli strumenti linguistici per denunciare un abuso.

​L'italiano, in questo senso, è anche uno strumento di sicurezza e di emancipazione.

​Ma non basta insegnare la lingua.

Bisogna insegnare anche a riconoscere la dignità.

​Dignità significa sapere che un datore di lavoro non può pretendere tutto.

Significa sapere che un contratto non è una concessione.

Significa sapere che la sicurezza non è un favore.

Significa sapere che essere poveri non significa essere privi di diritti.

Significa sapere che essere stranieri non significa essere meno cittadini della società nella quale si vive.

​E significa anche ricordare ai cittadini italiani che nessun lavoratore straniero che accetta un salario più basso deve diventare il nemico del lavoratore italiano.

​Il vero problema è quando il lavoro viene trasformato in una gara al ribasso tra persone vulnerabili.

​L'operaio italiano contro quello straniero.

Il giovane contro l'anziano.

Il precario contro il dipendente.

Il lavoratore regolare contro quello irregolare.

​È una contrapposizione che rischia di nascondere il problema principale: chi trae vantaggio da un sistema nel quale la persona che lavora ha sempre meno potere contrattuale?

​La risposta non può essere cercata nella nazionalità del lavoratore.

Deve essere cercata nelle regole, nei controlli, nei contratti, nei salari, nelle responsabilità e nella qualità delle istituzioni.

​E deve essere cercata anche nella cultura.

​Perché una società che considera l'immigrato soltanto quando serve come manodopera e lo considera un problema quando chiede diritti produce una contraddizione insostenibile.

​Lo stesso uomo che di giorno costruisce una casa, raccoglie pomodori, assiste un anziano, pulisce un albergo o consegna cibo può essere invisibile quando lavora e improvvisamente diventare visibilissimo quando commette un errore.

​È una forma di selezione dello sguardo che non possiamo accettare.

​Chi lavora deve essere visto prima come persona.

E chi arriva da un altro Paese deve poter essere giudicato per ciò che fa, non per ciò che altri immaginano che potrebbe fare.

​La criminalità va perseguita.

Lo sfruttamento va perseguito.

Il lavoro nero va combattuto.

La violenza va combattuta.

​Ma non possiamo trasformare milioni di persone oneste in una categoria sospetta per colpa delle azioni di alcuni.

​Allo stesso modo, non possiamo trasformare ogni morte sul lavoro in una fatalità individuale.

​Ogni morte deve aprire una verifica.

Ogni incidente grave deve produrre prevenzione.

Ogni lavoratore che denuncia un rischio dovrebbe sentirsi protetto, non ricattato.

Ogni cantiere dovrebbe essere considerato un luogo nel quale la vita viene prima della scadenza dei lavori.

E ogni scuola dovrebbe avere gli strumenti necessari per evitare che un bambino venga lasciato ai margini perché non conosce ancora la lingua.

​Il Colosseo rimarrà.

Le pietre rimarranno.

I turisti torneranno.

Le fotografie continueranno a riempire i telefoni di milioni di persone.

​Ma la vita di Andrea Moretti non tornerà.

​Per questo quella morte non dovrebbe essere ricordata soltanto come la morte avvenuta al Colosseo.

Dovrebbe essere ricordata come una domanda rivolta alla nostra coscienza.

​Che cosa siamo disposti ad accettare in nome del lavoro?

Quanto siamo disposti a tollerare in nome della produttività?

Quanto deve essere vulnerabile una persona prima che la sua vulnerabilità diventi una nostra responsabilità?

E quale scuola vogliamo costruire per i bambini che oggi non parlano ancora italiano e che domani saranno lavoratori, cittadini, genitori, insegnanti, medici, operai, imprenditori, ricercatori?

​Forse la risposta sta in una semplice idea.

​Nessuno deve essere lasciato indietro perché non conosce ancora le parole.

E nessuno deve essere lasciato morire perché, nel mondo del lavoro, quelle parole non hanno avuto abbastanza valore.

​Una civiltà non si misura soltanto dalla capacità di conservare per duemila anni un monumento.

Si misura dalla capacità di proteggere la persona che, oggi, sale su un'impalcatura per lavorare.

Si misura dalla qualità della scuola che accoglie il bambino appena arrivato.

Si misura dalla possibilità di dire "no" allo sfruttamento senza perdere tutto.

Si misura dalla capacità di riconoscere nell'immigrato non una minaccia astratta, ma un essere umano con diritti, doveri, capacità e futuro.

​E forse è proprio qui che il Colosseo, ancora una volta, può insegnarci qualcosa.

​Le pietre possono raccontare la storia.

Ma sono gli uomini a decidere quale storia verrà raccontata domani.

​E la nostra storia futura non dovrebbe essere quella di un Paese nel quale si muore lavorando, si cresce nell'emarginazione e si diventa invisibili perché poveri o stranieri.

Dovrebbe essere quella di un Paese nel quale il lavoro dà dignità, la scuola dà strumenti, la lingua apre porte e la legge protegge tutti allo stesso modo.

​Perché una società veramente civile non è quella che illumina magnificamente il Colosseo.

È quella che, prima di accendere le sue luci, si accerta che nessuno debba morire per accenderle.

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