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Lunedì, 28 Settembre 2026 17:59

Malpensa senza la famiglia, l’Italia senza il calcio

 cds

«La commedia è finita, ma il teatro resta aperto.»
Luigi Pirandello

Ci sono giornate in cui l’Italia sembra scrivere da sola la propria satira. Il 25 settembre 2026 è stata una di queste: a Malpensa un aeroporto assume ufficialmente il nome di Silvio Berlusconi; poche ore dopo, all’Olimpico, l’Italia perde 2-0 contro il Belgio e offre una delle immagini più sconfortanti del proprio calcio recente.
La coincidenza è quasi crudele.

La cerimonia di Malpensa ha avuto il tono solenne delle grandi consacrazioni pubbliche, ma anche una singolare atmosfera di assenza. Tra i familiari era presente Paolo Berlusconi; non c'erano invece Marina, Pier Silvio e gli altri figli, né Marta Fascina. I loro pensieri sono arrivati attraverso dichiarazioni e messaggi. Anche Antonio Tajani non era fisicamente presente: il ministro è intervenuto in collegamento da New York, dove si trovava per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Così, nel giorno in cui il nome di Berlusconi viene fissato sulla facciata di uno dei principali aeroporti italiani, gran parte della sua famiglia rimane lontana e un protagonista della politica interviene da uno schermo.
Non è una colpa. Non è neppure necessariamente un fatto politicamente significativo. Ma è una fotografia curiosa, soprattutto pensando a un uomo che aveva trasformato la presenza, la televisione e la comunicazione diretta in strumenti essenziali della propria storia pubblica.

Rimane il nome.
Rimane la targa.
Rimane il simbolo.

E poi arriva la sera.
Italia-Belgio.

All’Olimpico il Belgio vince 2-0 con Godts e Lukébakio. L’Italia prova a reagire, soprattutto nella ripresa, ma non riesce a trasformare la maggiore aggressività in gol. E ciò che resta non è soltanto il risultato: è la sensazione di una squadra senza sufficiente ordine, continuità e identità.
Il Belgio sembra sapere sempre dove andare. L’Italia spesso sembra arrivare dopo.

Non è giusto chiamare dilettanti giocatori che appartengono al professionismo di vertice. Ma in alcuni momenti la squadra offre proprio quella sgradevole impressione: passaggi elementari sbagliati, movimenti scollegati, difficoltà nell’uscita, poca fluidità e una manovra che fatica a trasformarsi in pericolo.

Il problema, dunque, non è perdere.
Il problema è non riconoscersi mentre si perde.
Una Nazionale può essere battuta da un avversario più forte. Può attraversare un periodo difficile, cambiare uomini, modulo, allenatore. Ma quando manca una fisionomia collettiva, la sconfitta assume un peso diverso.

E allora la giornata di Malpensa acquista involontariamente un significato quasi simbolico.
Un aeroporto è il luogo della partenza, del viaggio, del movimento verso qualcosa che ancora non si conosce. Il calcio italiano, invece, sembra ancora fermo sulla pista.

Il paradosso è irresistibile: Malpensa ha trovato un nuovo nome, l’Italia del calcio sembra ancora cercare una direzione.
Berlusconi aveva fatto del calcio una rappresentazione di ambizione, spettacolo e desiderio. Il suo Milan non fu soltanto una squadra vincente: diventò un modello culturale, capace di associare il risultato alla bellezza, la competizione alla narrazione, la vittoria alla costruzione di un immaginario.

Non occorre trasformare quel passato in nostalgia. La nostalgia, nello sport, serve a poco. Le partite non si vincono evocando le glorie precedenti.
Anzi, proprio questa è la lezione più severa: una grande tradizione vale soltanto se riesce a generare un presente all’altezza della propria memoria.

E l’Italia, oggi, sembra avere soprattutto memoria.
Ricorda i Mondiali.
Ricorda le notti magiche.
Ricorda i grandi numeri dieci.
Ricorda le difese impenetrabili.
Ricorda i grandi club.
Ricorda le generazioni che hanno trasformato il calcio italiano in una delle scuole più riconoscibili del mondo.

Ma il calcio non vive di ricordi. Vive di novanta minuti.
E quei novanta minuti contro il Belgio sono stati impietosi.
Il Belgio ha avuto maggiore chiarezza e capacità di sfruttare gli spazi. L’Italia ha reagito, ma senza riuscire a cambiare davvero il volto della partita. Alla fine sono arrivati anche i fischi dell’Olimpico.

Il 2-0 diventa allora qualcosa di più di un semplice risultato: non una sentenza sul futuro, ma un campanello d’allarme.
Perché cambiare allenatore è relativamente semplice.
Cambiare una squadra è possibile.
Cambiare modulo è quasi banale.
Più difficile è ritrovare un'identità.
Ed è proprio questa la domanda che resta sospesa dopo la serata romana: che cosa vuole essere oggi il calcio italiano?
Una tradizione da conservare?
Una scuola tattica?
Una fabbrica di giovani?
Un sistema capace di produrre talento?
Oppure una continua ricerca di soluzioni d’emergenza?

Non esiste una risposta che possa arrivare da una sola partita. Ma una partita può mostrare ciò che non funziona.
E contro il Belgio qualcosa non ha funzionato.
Forse proprio per questo la coincidenza con Malpensa appare così malinconicamente perfetta.
Un nome del passato viene consegnato al futuro.

Un aeroporto si prepara a far partire milioni di persone.
La Nazionale, invece, deve ancora capire da quale pista decollare.
È una metafora fin troppo facile, ma talvolta sono proprio le metafore facili a essere vere.
Il giorno della celebrazione, dunque, l’Italia ha vissuto due immagini opposte. A Malpensa una memoria viene monumentalizzata; all’Olimpico una tradizione viene messa in discussione dal campo.

Da una parte una targa.
Dall’altra un tabellone.
Da una parte Berlusconi.
Dall’altra il Belgio.
E alla fine, impietosamente, rimane il risultato più semplice di tutti:
Italia 0 – Belgio 2.
Forse Pirandello avrebbe trovato perfino il finale adatto: il teatro pieno di simboli, mentre fuori scena la realtà continua a fare il proprio mestiere.
Perché una targa può ricordare un grande passato, ma non può costruire il futuro.

Un nome può inaugurare un aeroporto, ma non può far volare un aereo.
E una maglia azzurra, per quanto gloriosa, non basta a vincere una partita.

Per decollare servono ancora motori.
E il calcio italiano, dopo una sera così, deve prima di tutto ritrovare i propri.
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Ultima modifica il Lunedì, 28 Settembre 2026 18:02

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