Interviste
L'intervista
di Ilaria grasso
Abbiamo incontrato Vincenzo di Pietro, giovane scrittore pescarese, che nelle sue opere spazia dal romanzo introspettivo al fantasy, seguendo un maestro importante come Stephen King, da sempre la sua passione: ha già all'attivo numerosi romanzi ed è attualmente impegnato in nuovi ed ambiziosi progetti.
Innanzitutto bentrovato, caro Vincenzo, grazie per aver accettato la nostra intervista: volevo chiederti, c'è un evento particolare della tua vita che ti ha accostato alla scrittura?
In realtà, dopo aver intasato casa dei miei genitori di romanzi e racconti che compravo con la paghetta settimanale, mio zio, che vedeva lungo, mi regalò una macchina da scrivere di eccezionale qualità. Per puro caso, sempre quello zio, lavorava in una cartiera e così, assieme alla macchina, appoggiò sulla mia piccola scrivania di studente, una risma di cinquecento fogli A4 fragranti, bianchissimi, profumati.
A quel punto, dopo tutto quel tempo passato a ingurgitare capolavori, non avevo più scuse…
Cosa provi mentre scrivi, quanto ti senti libero nell'esprimerti attraverso la scrittura?
Scrivere è un sacrificio, anche fisico. Diceva uno bravo: scrivere consiste nell’essere assorbito da una pagina bianca finché non si apre una piccola fessura nel foglio. Poi, si tratta di allargare quella feritoia ed entrare nel mondo fantastico che ti aspetta. Non è questione di ispirazione. Lo scrittore è solo un vettore, una specie di strumento impreciso per far affiorare qualcosa che si muove sotto il pelo dell’acqua.
Riesci a spaziare tra vari generi, dal romanzo introspettivo esistenziale, al genere fantascientifico, surreale, come Il numero di Dio: a quale genere ti senti, in qualche modo, più vicino?
Le storie da brivido hanno rappresentato le prime cose che ho letto. La capacità di trovare il mistero, la paura e i colpi di scena nel quotidiano la devo a Stephen King. Il suo primo romanzo che ho letto, La metà oscura, mi ha lasciato senza fiato. Anche Richard Matheson e Ray Bradbury, una volta scoperti, mi hanno incatenato i polsi. Poi, passando ad altri narratori di razza, il mio immaginario si è arricchito. Dunque, scrivo quello che bussa prepotentemente alla porta e, quando è ora, lo lascio semplicemente entrare e fare i suoi comodi.
Non c'è più tempo è il titolo di un tuo romanzo del 2006: quanto ti sei ispirato allo scrittore italiano Andrea Carraro?
In effetti il titolo di quel libro è una specie di omaggio a Carraro e al suo romanzo omonimo. Credo che, attualmente, insieme a Marco Mancassola, rappresenti il meglio della letteratura italiana. Ci sono arrivato dopo aver letto praticamente tutto di Andrea De Carlo, un altro autore che forgia storie cosiddette “minimaliste”, che sfruttano la realtà e la crisi di chi è cresciuto negli anni ottanta con l’illusione che tutto andasse bene e che poi si è ritrovato a setacciare le macerie di una società che si sbriciola.
A quale scrittore italiano ti senti più vicino? E fra gli stranieri?
Come ho detto, gli scrittori italiani viventi che preferisco sono Mancassola, Cararro e De Carlo. Poi, una menzione speciale la rivolto a Mauro Covacich e al suo capolavoro, A perdifiato. Quella è una storia così cattiva, sporca, vera, travolgente, che consiglio a tutti di leggere. Tra i narratori stranieri, mi piace ricordare Nick Hornby.
Che ruolo ha avuto leggere Stephen King nella tua formazione di scrittore?
Spesso si è portati a pensare che King sia “solo” il più grande romanziere dell’orrore esistente. In realtà, le sue storie migliori sono quelle che non riguardano il paranormale. Ad esempio, il racconto Cuori in Atlantide, nell’omonima raccolta, è la migliore cosa scritta che riguardi il disincanto di una gioventù destinata allo sfracello. La migliore storia d’amore che io abbia mai letto. Peccato che, l’omonimo film, abbia scelto quel titolo per poi sceneggiare un altro racconto, assai più debole.
Riesci a conciliare la tua vita quotidiana, il tuo lavoro (che non c'entra nulla con la scrittura) e la scrittura stessa?
Il tempo passa inesorabilmente. Il “fuoco” che brucia a diciotto anni diventa una deliziosa brace, con il passare del tempo. Questo significa che c’è bisogno di sempre più impegno per destreggiarsi con molta atleticità, oggi, attraverso gli obblighi della promozione e della distribuzione dei propri romanzi. Sarebbe bello immaginare di scrivere e basta. Ma la fatica non riesce ancora a uccidere le mie storie.
Del romanzo, Senza te, quanto ti senti vicino alla sua protagonista, Ines? Quanto c'è di Ines in te e viceversa? Quanto è complicato calarsi nell'animo e nelle vesti di un personaggio femminile?
Senza te è una storia d’amore pop, intinta in un liquore forte. È nata quasi per caso, quando vivevo in affitto in un sottotetto: la radio ha passato una canzone di Raf, Nei silenzi. Quando ho ascoltato una strofa del pezzo, mi sono ritrovato davanti agli occhi Ines, con il suo mondo pieno di spigoli, la sua sconvolgente bellezza. Quella ragazzina dai capelli neri come il buio e le labbra incendiate di rossetto mi ha attraversato come una scossa elettrica. Non è la prima storia che affronto mettendomi “nei panni” di una donna ma, anche in questo caso, non si è trattato di immaginare o di fingere. Ines era là, sul serio, che si truccava ed elucubrava le sue strane teorie statistiche, mentre io la fissavo, innamorato perso.
Hai scritto il tuo primo romanzo all'età di quattordici anni, un manoscritto di 356 pagine, scritto interamente a mano, con una penna blu: che ricordo hai di questo tuo inizio, coraggioso e insolito, da tutti i punti di vista?
Il punto di partenza è stato leggere. Credo che chiunque decida di aprire lo stanzino segreto e buio che nasconde una storia non possa prescindere dall’immagazzinare e masticare la buona letteratura altrui. Poi, quando ho iniziato, non era tempo dei wordscritti, così, con una penna biro, ho riempito oltre trecento pagine con una faccenda cupa e raccapricciante. Era il mio primo romanzo. Un editore ha deciso di pubblicarlo e io, dopo aver firmato il contratto alla presenza di mio padre (ero minorenne) mi sono ubriacato con uno spumante economico che sapeva di tachipirina.
A che punto è, adesso, la tua avventura letteraria? In quali progetti sei impegnato?
Ti confesso che questo è un momento particolarmente delicato e complesso. A luglio, per Leone Editore (con cui ho già pubblicato tre romanzi, Senza te, Baraonda!, Il numero di Dio), uscirà la seconda avventura della dottoressa Loredana Toscano, l’eroina del mio precedente libro, Il numero di Dio. Il titolo del libro è Apocalisse e, di nuovo, vedremo impegnata la ragazza dalla brillante mente matematica, in un thriller storico a tinte forti. Poi, dovrò riflettere e prendere alcune decisioni importanti, dopo aver ragionato per bene. Ma ora è presto per parlarne.
Cosa rappresenta Pescara, la tua città, quanto ti ispira e quanto ti consola il tuo rifugio?
Pescara è un rifugio, hai detto bene. È una città che tieni stretta in una mano, senza problemi. È un luogo che custodisce il mio cuore, una specie di balsamo per l’anima. Vivo lì da quasi vent’anni ed è impossibile, per me, immaginare un altro posto dove camminare, lasciarsi arrostire dal sole, comprare verdure e frutta al mercato, passeggiare lungo mare, guardare le architetture degli anni settanta. Quando posso (sempre, direi!) scelgo lei come ambientazione per le mie storie.
Che opinione hai sul sistema di autofinanziamento della pubblicazione di un libro? Quanto c'è di riduttivo in questo sistema? Non ti sembra un modo di sfruttare i sogni di uno scrittore all'esordio?
Partiamo da una premessa: il sistema editoriale italiano non è libero. Ci sono i grandi editori che monopolizzano la distribuzione, poi ci sono i piccoli editori che cercano di barcamenarsi in un oceano di complicazioni e di barriere e poi ci sono quelli che, con molta impudicizia, stampano a pagamento. Pagare per pubblicare il proprio romanzo è una contraddizione in termini: spesso si tratta di mere stampe di copie lasciate a dormire in magazzini umidi e polverosi.
L’altra faccia della medaglia, tuttavia, è l’esondazione di scrittori dell’ultim’ora. Ogni giorno un titolo nuovo. Ragazzini sgrammaticati e presuntuosi che si lasciano ammaliare da promesse irrealizzabili e pseudo editori con le loro copertine accattivanti che, spesso, contengono solo il vuoto pneumatico.
Se si sceglie di scrivere, la prima cosa da fare è essere onesti con se stessi e capire se una storia è proponibile a gente seria o meno.
Detto ciò, credo che un bravo autore non dovrebbe mai tirare fuori un centesimo, perché scendere a compromessi significa sbagliare strada: se si è bravi, un editore deve decidere di investire sul titolo e farlo secondo il suo spirito imprenditoriale. Essere editori significa calcolare bene i rischi, selezionare i testi ritenuti meritevoli e poi spingere dannatamente sulla promozione e sulla distribuzione. Se, invece, non si è bravi, un editore deve essere esplicito e non pubblicare. Non credo esistano vie di mezzo.
Dei libri famosi che ci sono in circolazione, quale ti sarebbe piaciuto aver scritto tu in persona?
Sono troppi per elencarli… Sul serio!
GRAZIE VINCENZO, E' STATO UN VERO PIACERE FARE QUESTA INTERVISTA INSIEME, SPERO DI RISENTIRTI PRESTO E... BUONA SCRITTURA CREATIVA!!
Ilaria Grasso



