Per l'Abruzzo affacciato sul mondo...


Lunedì, 30 Settembre 2019 19:34

Racconti brevi: Ti sento.

Scritto da di Silvio Madonna

Racconto di Silvio Madonna riconoscimento al premio Ascoli Piceno

Cammino distratto lungo il viale alberato che congiunge la mia abitazione all’infinito. E’ la mia cucciola di Carlino ogni tanto a richiamarmi al presente: oddio… cucciola per modo dire, perché lo sembra, ma non lo è affatto.

Ha sette anni, un tantino rotondetta, ma il musetto è come quello di quando la vidi, e l’accolsi, che pesava tre etti. Unica, perfetta nella sua stranezza, con gli occhioni a spiovente, marcati da un rombo di cute, che vagano irrequieti alla ricerca di ciò che le piace. Cosa? Non è dato saperlo. Ti sento pur perdendomi dietro questi sconclusionati pensieri. Non sono da me: io sono un pragmatico, un uomo di latta, un mestatore di ogni pur banale fantasia, un eccentrico senz’asse, un equilibrista della parola che se non porta al bersaglio è spesa male. Eppure, pur trascinando, o facendomi trascinare dalla cucciola - Chanel è il suo nome, dal profumo di tenero che per la prima volta carpii stringendola al petto - pur nel passo che non è spedito, ma balbetta tra mille pause e altrettante riprese, avverto la tua voce. Non la presenza che altrimenti coglierei, ma la parola anche detta da chi non c’è.

E’ strano, lo sillabo muto alla mia fidata Chanel: lei non prova neanche a replicare. Mi conosce, sa che quando sentenzio nel mio silenzio blindato non voglio essere contraddetto. Neanche se mento, se dico castronerie, se sfarfallo. Fatica sprecata, colgo distintamente dai suoi borbottii. Ci provo, allungo il passo, lei sembra seguirmi con più dedizione. Da un lato, tra i rami dei pini svettanti, scorgo la Maiella: è maggio inoltrato eppure è ancora innevata. Brilla dei raggi di un sole che sta scaldando i motori dopo l’aurora. Che bella, che immensa. Viro i miei occhi sul mare: saldo alla sabbia, incollato al cielo, trafitto dagli scogli che pur irti non lo feriscono. Pur rifilandomi la miliardesima replica a costo zero ogni volta mi regala un pizzicore alla gola e una sferzata allo stomaco. Che terra pazzesca la mia! Puoi sciare guardando le vele incrociarsi o avvistare dall’arenile un incendio boschivo che cancella secoli di lavoro incessante della natura. Bellezza e scempio, follia e ragione… Chanel? Dobbiamo allungare il passo… Ti sento, perbacco se ti sento. Non comprendo ancora con chiarezza le sillabe telegrafate ma intuisco il tono del tuo vociare. Ce l’hai con me, come sempre, da sempre, forse per sempre. Vorresti che almeno per una volta lo ammettessi, magari che te lo mettessi per iscritto per non poter poi un minuto dopo ritrattare, che mi rivoltassi, magari al buio ma davanti a te, nel pentimento e nel pudore. Non è da me, lo sai benissimo, insistere è tempo sprecato. Anche se tu avessi ragione, ma una copiosa ragione da vendere, anche se io avessi torto, ma un fottuto torto senza confini, negherei ogni mia colpa, responsabilità, atto. Al buio, al sole, in privato, in pubblico. Ovunque. Io sono così, tu lo sai. Non da ieri o da un anno: dal primo incontro, dal primo scontro, dal primo stacco, dal primo ripensamento. Ma tu perseveri, più ostinata di quanto io ariete riuscirei a esser se anche lo volessi: copri con la tua voce ferma la brezza del mare che si dimena sul proscenio dell’orizzonte. La sento, come ora odo i gabbiani aggraziati sui macigni seminati nell’acqua agitarsi, bisticciare tra loro come umani per un cefalo carpito di sghembo. Sono li per te, a darti manforte: è la tua claque marinara, come quando in montagna ti fai sorreggere dai corvi, assenti sino al momento in cui non apri bocca e poi frastornanti in tuo soccorso. Una sirena squarcia l’aria: mi arriva alle spalle, è veloce, radente. Chanel si ferma a guardare l’ambulanza dal fischio lacerante: la guarda seccata, non le piace. Anche lei sente. Che li c’è il dolore, il sangue, la lotta. Che se sparisce l’aria torna migliore.

Si allontana sgommando: per un attimo, pur nella disgrazia che l’animava, non ho sentito il tuo accento schiaffeggiante rimbalzarmi davanti, di dietro, da sopra, da sotto. Mamma quanto è lungo questo viale alberato… Devo accelerare ancora di più il passo. Scuoto Chanel: ora è dalla mia parte, non si fa ripregare. Anche per lei questa camminata deve trovare rapidamente il suo sfogo. Nel fiato acceso dal passo quasi furente continuo a sentirti, ma in tono minore: non più le parole pesate, i silenzi da brivido, le virate di tono, i rimproveri accesi. Solo un lamento, un’eco, un riverbero di quanto immagino tu mi stia ancora rammentando. Ancora un po’, giusto il tempo di terminare il lungo viale, farmi ammaliare dalla Maiella accesa di sole, dall’Adriatico aggraziato dai boccoli di spuma biancastra, e varco il cancello. Il mio severo traguardo. Adesso non ti sento più, ma indugia in me la compagnia delle tue vibrazioni. Chanel ha sciolto da sè il suo legaccio, corre gioiosa a ritroso verso la casa che la protegge. Io ora sono nello spazio infinito: ti ci abitui, non sei mai solo, non dipendi da altri. Ne uscirò domani all’alba, dopo aver riposato tra bianche pietre marmoree. Aspettando Chanel, sentendoti ancora, giurando a me stesso di provare a cambiare senza mai riuscirci.