Anila Hanxhari, talentuosa poetessa di origine albanese, ma abruzzese di adozione, torna alla ribalta poetica, dopo una lunga , meditata “pausa” con questa silloge che ripropone la sua scrittura affabulante e visionaria, sebbene questo termine non le renda giustizia. Il suo verso, ha il pregio di infinite letture che vanno oltre il semplice rigo, anche le pause raccontano storie e atmosfere , ricordi della terra lontana, giocate tra il nitido dell’alba e la tenebra, mai tramonto, e tra le virgole, nasce la sua storia personale che incontrando il meditato guardare del lettore, diventa la cifra onirica che è, per lei, la sua chiave magica che apre infinite latitudini, e che da sempre segna il suo percorso poetico.
Se il mondo della poesia vive nel viaggiare e negli sguardi, e la scrittura abita gli addii, si può dire con assoluta certezza che Anila si fa vessillo di tutto questo: è il messaggio nostalgico della lettura della poesia di Anila; viaggi, storie, voci, paesaggi mai sopiti. Nostalgia è il canto eterno dei poeti, ma per lei, di nascita albanese diventa linfa vitale al cospetto dello scrivere italiano. Una scrittura di carattere moderno, europeo, che “travolge” i vecchi canoni stilistici di certa poesia di fine novecento; cadenze , accenti, assumono valore letterario supremo, una lingua molto prossima al rintocco del cuore; di contro l’intelletto narra di infinite dimensioni dell’anima .
Una dialettica raffinata; siamo allora nel mondo dell’immagine, che Anila serve in livrea elegante e passionale, é quel sistema letterario, quella “weltanschaung” iconografica che è madre di profondità oniriche che genera la lingua poetica. Nel verso poetico muore la città dei palazzi e del caos, ma ne serba i profili onirici, per donare ai lettori tensioni e moti dello spirito libero, approssimati alle deità, della nobiltà della memoria, come una sovrana di labirinti inesplorati, che guida la mano di un bimbo, nei castelli dell’inconscio, dove le antitesi si confrontano.
Modernità letteraria, si diceva, che la terra albanese per anni ha mortificato nella dittatura comunista di Hoxha, ma che Anila trasforma, come una sorta di metamorfosi Kafkiana in campo letterario, e anticipa il vento che sta venendo, e già fa “vittime” la lotta titanica tra mercati globali e nuovo umanesimo, nell’attesa di potersi riprendere quella storia nobile che di diritto appartiene al paese della Aquile, la mai sopita Albania, e sogni dell’infanzia, geniale delirio della psiche. È la vita, è l’uomo, piccolo, insignificante, che ama, diventa adulto ogni attimo, al di là dei confini, al di la delle lingue, è la rinascita, è la meraviglia di esserci, è il canto d’amore, che solo la poesia può generare.
“La mente è un popolo, carnefice e bersaglio, ha sempre un cappio al collo, l’attrito con la prua, l’acqua celeste, i tizzoni ardenti, perché è rosso il sangue?” Tutto questo è Anila Hanxhari .



