Tutto ha la forma, il ritmo e l’oscura sostanza di una sceneggiatura da thriller politico d'altri tempi. Una di quelle trame complesse e avvolgenti che pare essere stata scritta dalla penna di Domenico L'Abbate — anche lui esperto frequentatore del ristorante romano Cefalù — o che magari, in un futuro non troppo lontano, si tradurrà in una pellicola cinematografica sulla scia di Piazza delle 5 Lune, l'opera con cui Renzo Martinelli, regista di razza e un tempo assai caro agli ambienti della destra, portò sul grande schermo i misteri e i depistaggi del caso Moro.
Gli ingredienti, del resto, ci sono davvero tutti: cene estive nei locali della Capitale con comparse d'eccezione, faccendieri di lungo corso capaci di tessere ragnatele tra la politica e la cronaca giudiziaria, sondaggi fantasma commissionati oltreoceano, tentativi di lanciare candidati premier imprevisti e, infine, la tardiva autodifesa dei protagonisti dell'informazione direttamente dalle redazioni romane.
Il memoriale del direttore
Dopo oltre un mese di un silenzio assai imbarazzato, fatto di mezze ammissioni e sospiri da redazione, il direttore ad interim del quotidiano romano La Repubblica, Stefano Cappellini, ha deciso di rompere gli indugi. Ha preso la penna e ha affidato alle colonne del proprio giornale una ricostruzione minuziosa, nel tentativo di mettere in fila i fatti e giustificare il proprio operato sul bizzarro affare che vedeva coinvolto Sigfrido Ranucci, il volto simbolo della trasmissione Report.
La vicenda ruota attorno a un presunto piano per lanciare Ranucci come candidato premier del centrosinistra e deliddidato «campo largo», orchestrato da Valter Lavitola. Un personaggio che solo pochi mesi prima era finito al centro delle cronache per l'inchiesta sul presunto attentato allo stesso conduttore.
Nel suo lungo intervento, Cappellini mette subito le mani avanti:
La necessità della trasparenza: «Penso abbia un valore giornalistico che adesso sia io a rimettere in fila un po’ di fatti, anche per non lasciare che lo facciano persone con altri interessi e scopi».
La verifica delle fonti: La giustificazione per cui un giornalista di livello non debba a priori scartare alcuna interlocuzione, pur se complessa o discutibile.
Scene da un ristorante: dal VIP al faccendiere
Il racconto parte da lontano, dall'agosto del 2023. La cornice è quella del ristorante Cefalù, il noto locale romano gestito proprio da Lavitola. A quella cena prende parte una star della musica italiana, ma il vero mattatore della serata si rivela essere il ristoratore-faccendiere. Tra il racconto di un aneddoto e la rievocazione di vecchie vicende giudiziarie, Valterino riesce a catturare l'attenzione dell'allora vicedirettore della testata di Largo Fochetti.
Il risultato di quell'incontro conviviale si concretizza pochi mesi dopo, a marzo 2024, quando la redazione di Repubblica a Roma pubblica un'intervista firmata da Cappellini a Lavitola sulla storica vicenda della casa a Montecarlo e del cognato di Gianfranco Fini. Un'operazione giornalistica che riapre i contatti tra i due.
Il fantomatico sondaggio americano
Il secondo atto della storia si sposta al febbraio del 2026. Lavitola torna a farsi vivo con un’idea clamorosa:
L'uomo della provvidenza: Il faccendiere sostiene di essere in contatto con un personaggio di altissima popolarità, estraneo ai partiti, pronto a scendere nell'agone politico per guidare la coalizione di centrosinistra e sfidare direttamente Giorgia Meloni.
La pista statunitense: Lavitola cita un misterioso sondaggio condotto da un istituto americano — sulla cui reale esistenza lo stesso Cappellini ammetterà di nutrire fortissimi dubbi — secondo cui il profilo in questione godrebbe di un gradimento altissimo.
Ma per dare corpo al progetto serve strutturare il test sugli elettori italiani. Lavitola chiede consigli, coinvolge firme d'area e giunge a chiedere suggerimenti specifici sulle domande da formulare per la rilevazione demoscopica. Cappellini suggerisce due o tre direttrici di fondo: verificare l'apprezzamento per una figura della società civile, individuare i temi di rottura e testare le potenzialità reali nello scontro diretto con la Meloni.
Mesi dopo, di fronte all'insistenza dell'interlocutore, il giornalista invia persino una bozza di quesiti. Un'azione definita nell'autodifesa come una «innocua cortesia» professionale per non perdere una potenziale notizia, poiché — sostiene — «per le cortesie non si controlla il casellario».
Il grande rifiuto e le trame all'ombra di Prodi
La resa dei conti narrative arriva a inizio giugno 2026. A fronte dell'ennesimo sollecito, Cappellini pretende di conoscere il nome del misterioso candidato. Quando Lavitola pronuncia il nome di Sigfrido Ranucci, il direttore ad interim di Repubblica bolla l'operazione come «una follia» destinata a non decollare mai.
Eppure, nei deliri di quella trattativa sottobanco, spuntano retroscena ancora più arditi: Lavitola tira in ballo perfino Romano Prodi, sostenendo che il Professore vedrebbe nel giornalista d'inchiesta l'uomo capace di far saltare il tavolo delle primarie e unificare le diverse anime del centrosinistra.
La parabola si chiude con l'analisi a posteriori del quotidiano romano:
Inattendibilità della fonte: La storia dei sondaggi (americani e italiani) non regge ad un'analisi approfondita.
Mancanza di plausibilità: La candidatura viene ritenuta politicamente irrealizzabile.
Silenzio finale: Dopo brevi verifiche, il giornale decide di calare il sipario e non pubblicare nulla.
Resta tuttavia la sensazione di un teatro della politica dove i confini tra realtà, depistaggio e finzione narrativa continuano a sfumarsi. Una vicenda dai contorni opachi che sembra davvero attendere solo un ciak di partenza per trasformarsi nell'ennesimo affresco dei misteri italiani.



