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Mercoledì, 07 Ottobre 2026 16:33

Una politica industriale per riportare le fabbriche in Italia

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«La prosperità di una nazione non è un’eredità: deve essere creata.»
— Michael E. Porter

Il caso Ferrero in Romania merita di essere osservato con attenzione perché racconta, meglio di molte analisi teoriche, la sfida che l’Italia ha davanti: come fare in modo che un grande gruppo industriale scelga ancora il nostro Paese quando deve decidere dove realizzare la propria prossima fabbrica.

La vicenda è recente e significativa.
Ferrero, gruppo italiano ormai profondamente internazionale, dopo anni nei quali in Romania era presente soprattutto attraverso attività di importazione e distribuzione, nel 2026 ha costituito Ferrero România Industrial SRL, società con attività riconducibile alla produzione di cacao, cioccolato e prodotti dolciari. Fonti economiche rumene hanno inoltre riferito dell’acquisto di un terreno a Timișoara e dello sviluppo di un insediamento produttivo.
Successivamente è emersa anche l’operazione relativa a un grande complesso industriale nell’area di Timișoara, realizzato nel 2024 da WDP e originariamente destinato a Ericsson, con una superficie di circa 36.400 metri quadrati. Secondo Profit.ro, Ferrero è in procinto di acquisire tale complesso per utilizzarlo nell’ambito del proprio progetto industriale.

La vicenda presenta un ulteriore elemento interessante: la Romania non viene considerata soltanto come possibile sede produttiva. Ferrero starebbe infatti rafforzando anche i rapporti con produttori locali di nocciole, con l’obiettivo di sviluppare una maggiore disponibilità di materia prima nel Paese.

Questo significa che non siamo di fronte semplicemente alla costruzione di uno stabilimento. Se il progetto verrà sviluppato secondo quanto riportato dalle fonti, siamo davanti alla progressiva costruzione di una filiera industriale: produzione, approvvigionamento, trasformazione, logistica e mercato.

Ed è proprio questo il punto sul quale l’Italia dovrebbe riflettere.
Non sarebbe corretto raccontare il caso Ferrero come se l’azienda stesse abbandonando l’Italia. I dati ufficiali mostrano esattamente il contrario. Ferrero mantiene nel nostro Paese quattro stabilimenti produttivi — Alba, Pozzuolo Martesana, Balvano e Sant’Angelo dei Lombardi — e nell’esercizio 2023-2024 ha investito 98 milioni di euro nei propri poli italiani. Negli ultimi dieci anni, gli investimenti industriali del gruppo nel solo perimetro nazionale hanno raggiunto 1,4 miliardi di euro. L’organico medio italiano nello stesso esercizio era di 7.004 persone.
Anche a livello internazionale Ferrero continua a investire massicciamente: nell’esercizio 2023-2024 il gruppo ha realizzato 958 milioni di euro di investimenti in conto capitale, con interventi particolarmente significativi, tra gli altri Paesi, in Italia, Stati Uniti, Germania e Cile.

Dunque il problema non è Ferrero.
Il problema è l’Italia.
La domanda da porsi non è: «Perché Ferrero produce in Romania?». Una multinazionale deve necessariamente organizzare la propria produzione su scala internazionale. La domanda più importante è: quando Ferrero deve decidere dove collocare una nuova capacità produttiva, quali condizioni deve trovare in Italia perché il nostro Paese sia una delle alternative più convenienti?

È una domanda completamente diversa.
E riguarda non soltanto Ferrero, ma ogni grande gruppo italiano o internazionale che debba decidere dove costruire una nuova fabbrica.
Un investimento industriale non viene deciso sulla base dell'affetto per un Paese. Un'impresa valuta costi, rischi, produttività e prospettive. Considera l'energia, la disponibilità di aree industriali, la logistica, le infrastrutture, il costo e la disponibilità delle competenze, la fiscalità, i tempi autorizzativi, la stabilità normativa, la vicinanza ai mercati e la possibilità di costruire una filiera di fornitori affidabili.

È questa la vera competizione tra territori.
Per questo il caso Ferrero in Romania dovrebbe diventare un'occasione di riflessione sulla politica industriale italiana.
Se la Romania riesce a diventare contemporaneamente luogo di produzione, centro di approvvigionamento e nodo logistico per un grande gruppo italiano, l’Italia deve chiedersi quali condizioni debba rafforzare per conservare e attrarre analoghe opportunità.

Non servono slogan contro la delocalizzazione.
Serve rendere l’Italia competitiva.
Investire in Italia deve convenire
La prima condizione è una politica industriale pluriennale.
Non una successione di incentivi modificati ogni anno, ma un sistema stabile nel quale un'impresa possa sapere oggi quali condizioni troverà tra cinque o dieci anni se decide di investire in un nuovo stabilimento.
Occorrono crediti d'imposta pluriennali per gli investimenti produttivi, con un'intensità maggiore quando l'investimento genera effetti strutturali: nuova occupazione, ricerca, formazione, innovazione, automazione, aumento della produttività e rafforzamento delle filiere nazionali.

L'incentivo non dovrebbe essere concepito come un regalo all'impresa. Dovrebbe essere uno strumento attraverso il quale lo Stato riduce il rischio iniziale di un investimento che produce benefici anche per il territorio.
Il principio dovrebbe essere semplice:
più un investimento aumenta la capacità produttiva italiana, più il sistema pubblico deve essere disposto a sostenerlo.
Ma con una condizione fondamentale: risultati verificabili.
Lo Stato offre strumenti, infrastrutture e condizioni favorevoli; l'impresa assume impegni chiari su investimenti, occupazione, formazione e attività produttive.
Se gli obiettivi vengono raggiunti, il sostegno viene confermato. Se vengono disattesi, possono essere previsti meccanismi di riduzione o recupero.

Non sussidi permanenti, dunque, ma patti industriali misurabili.
Energia: il costo invisibile della competitività
Il secondo grande tema è l'energia.
Una grande industria non può programmare il futuro se non riesce a prevedere con sufficiente stabilità il costo dell'energia. Questo vale per la siderurgia e la chimica, ma anche per l'alimentare, la meccanica, la ceramica, la carta, la farmaceutica e per molte altre attività manifatturiere.
L'Italia deve aumentare la disponibilità di energia, migliorare le reti, rafforzare le interconnessioni e favorire contratti di lungo periodo che consentano alle imprese di programmare.

La transizione energetica deve essere affrontata anche come una politica industriale.
Decarbonizzare significa trasformare impianti, processi e tecnologie. Se questa trasformazione viene accompagnata da ricerca, investimenti e produzione nazionale, può diventare un'opportunità per creare nuove competenze industriali.
Se invece viene percepita soltanto come un aumento dei costi, rischia di indebolire la capacità produttiva.

Infrastrutture e logistica

Una fabbrica non vive isolata.
Ha bisogno di materie prime, fornitori, lavoratori e mercati. Per questo occorrono porti efficienti, ferrovie merci, interporti, autostrade, collegamenti aeroportuali e reti digitali.
Un'impresa deve poter sapere non soltanto quanto costa produrre, ma quanto tempo occorre per ricevere una materia prima e consegnare il prodotto finito.
La logistica è quindi parte integrante della politica industriale.

L'Italia possiede una posizione geografica straordinaria nel Mediterraneo e può rappresentare una piattaforma naturale tra Europa, Mediterraneo e mercati globali. Ma una posizione geografica favorevole diventa un vantaggio economico soltanto se è sostenuta da infrastrutture adeguate.

La fabbrica non può aspettare anni
C'è poi il problema dei tempi amministrativi.
Per un grande investimento industriale dovrebbe esistere un vero fast track industriale.
Un procedimento unico o fortemente coordinato, un interlocutore pubblico riconoscibile, scadenze definite, responsabilità chiare.

Semplificare non significa eliminare i controlli. Significa renderli coordinati e prevedibili.

Un'impresa può accettare un controllo ambientale rigoroso. Ciò che rende difficile programmare un investimento è non sapere quando il procedimento si concluderà.
La certezza dei tempi diventa quindi una componente della competitività.
La filiera vale quanto la fabbrica
Il caso Ferrero in Romania mostra anche un'altra cosa importante: una fabbrica ha bisogno di una filiera.
Non basta costruire un capannone. Servono fornitori, materie prime, servizi tecnici, logistica, manutenzione, laboratori, personale qualificato.

Per questo la politica industriale deve sostenere anche le piccole e medie imprese.
Gli incentivi dovrebbero favorire automazione, robotica, digitalizzazione, certificazioni, macchinari, ricerca, internazionalizzazione e formazione delle PMI che partecipano alle filiere strategiche.

La dimensione non deve essere l'unico criterio.

Una piccola azienda che produce un componente indispensabile può essere industrialmente più strategica di un'impresa molto più grande.
Perdere quel fornitore significa talvolta perdere una competenza costruita in decenni.
Le competenze sono infrastrutture
Nessuna politica industriale funzionerà senza persone capaci di lavorare nelle fabbriche del futuro.
Servono tecnici, manutentori, periti, progettisti, operatori qualificati, esperti di automazione, informatici, specialisti della qualità e della logistica.

Gli ITS e la formazione tecnica superiore devono quindi essere strettamente collegati alle imprese.
Quando un'azienda riceve un importante sostegno pubblico per aprire o ampliare uno stabilimento, dovrebbe essere naturale prevedere anche un impegno nella formazione delle competenze necessarie.
Una fabbrica non è soltanto un investimento in macchinari.

È un investimento in conoscenza organizzata.
Ricerca e produzione devono tornare vicine
La stessa logica deve valere per la ricerca.
Università, centri di ricerca, startup, PMI innovative e grandi gruppi devono essere collegati lungo filiere nelle quali una scoperta possa diventare rapidamente un brevetto, un prodotto, un processo e infine uno stabilimento.
L'Italia ha eccellenti università e competenze scientifiche. La difficoltà è spesso trasformare abbastanza rapidamente questa conoscenza in capacità industriale.

Il vero obiettivo dovrebbe essere avvicinare laboratorio e fabbrica.
Non basta inventare in Italia se poi la produzione industriale della tecnologia avviene altrove.
Il reshoring non è nostalgia
In questo quadro deve essere inserito il reshoring, cioè il ritorno in Italia di produzioni precedentemente trasferite all'estero.
Ma anche qui bisogna evitare una visione nostalgica.

Non dobbiamo semplicemente riportare indietro le fabbriche del passato.
Dobbiamo fare in modo che le fabbriche del futuro possano nascere in Italia.
Automazione, intelligenza artificiale, robotica, nuovi materiali, tecnologie alimentari, farmaceutica, biotecnologie, elettronica, energia e manifattura avanzata sono i settori nei quali bisogna concentrare capacità di investimento e ricerca.

Il vero reshoring non consiste soltanto nel recuperare ciò che abbiamo perso.
Consiste nel conquistare ciò che ancora non abbiamo.
Italia come base industriale, mondo come mercato
Difendere la manifattura italiana non significa chiudere il Paese.
Ferrero stessa dimostra il contrario.
Il gruppo è italiano, ma è ormai una grande realtà globale. Investe in diversi Paesi, acquisisce aziende, costruisce stabilimenti e organizza la propria produzione su scala internazionale. È precisamente ciò che deve fare una multinazionale competitiva.

L'obiettivo della politica industriale italiana non può essere impedire alle imprese di investire all'estero.
Deve essere fare in modo che l'Italia continui a essere una delle piattaforme principali dalle quali quelle imprese sviluppano il proprio futuro.
La formula potrebbe essere molto semplice:
Italia come base industriale forte, Europa e mondo come mercato e rete di espansione.

Una nuova alleanza tra Stato e impresa

Con i grandi gruppi servono quindi patti industriali pluriennali.
Lo Stato può offrire energia, infrastrutture, formazione, ricerca, aree industriali e strumenti fiscali.
L'impresa deve offrire in cambio investimenti, occupazione, formazione, innovazione e capacità produttiva.
Il rapporto deve essere trasparente e verificabile.
Non si tratta di scegliere tra Stato e mercato.
Si tratta di riconoscere che, nella competizione internazionale per attrarre investimenti, anche lo Stato deve competere attraverso la qualità del proprio sistema economico.
La domanda non è se debba intervenire o meno.
La domanda è come debba intervenire.

Il vero significato del caso Ferrero

Il caso Ferrero in Romania, dunque, non dovrebbe essere utilizzato per accusare Ferrero.
Al contrario, Ferrero continua a dimostrare un forte radicamento industriale in Italia: quattro stabilimenti, migliaia di lavoratori e 1,4 miliardi di euro di investimenti industriali nel nostro Paese nell'arco di dieci anni.
Proprio per questo il caso è ancora più interessante.
Ferrero non deve scegliere tra essere italiana ed essere globale. È già entrambe le cose.

La questione riguarda l'Italia: che cosa dobbiamo fare perché, quando un gruppo come Ferrero decide dove collocare il prossimo investimento produttivo, il nostro Paese abbia condizioni tali da risultare competitivo?

Non possiamo chiedere a un'impresa di scegliere l'Italia per patriottismo.
Dobbiamo darle ragioni economiche per scegliere l'Italia.
Energia competitiva. Infrastrutture efficienti. Porti e ferrovie. Terreni industriali disponibili. Tempi autorizzativi certi. Fisco prevedibile. Competenze. Ricerca. Filiere. Formazione. Stabilità delle regole.
Questa è una vera politica industriale.
La domanda finale, allora, non è quante imprese italiane producano all'estero.

È un'altra:
quante nuove fabbriche possono ancora nascere in Italia?
E soprattutto: quante di quelle fabbriche che oggi un grande gruppo potrebbe costruire in Romania, Germania, Polonia, Spagna o altrove potremmo riuscire a far nascere qui?
L'Italia non deve tornare alla fabbrica del Novecento.

Deve diventare il luogo nel quale nasce la fabbrica del XXI secolo.
Non soltanto il Paese da cui tutto è cominciato, ma quello nel quale il futuro industriale continua a prendere forma.
L'obiettivo non è riportare tutte le fabbriche in Italia. È fare in modo che, quando arriva il momento di costruire la prossima, l'Italia sia ancora una scelta.