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Martedì, 19 Maggio 2020 18:10

Coronavirus e il pascolo. Come ha vissuto Alina il lockdown.

Scritto da Luciano Pellegrini
Alina mentre dà il biberon ad una pecorella Alina mentre dà il biberon ad una pecorella fto di Luciano Pellegrini

di Luciano Pellegrini

Valle Giumentina, provincia di Pescara. Alina la pastora come ha vissuto il lockdown del coronavirus? Ne ha sentito parlare, ha tre figli che non hanno potuto frequentare la scuola come tutti gli studenti in Italia, ma la sua vita da pastora è continuata, solitaria, all’aperto.

La mascherina a portata di mano, rispettando la legge, se incontrava qualcuno sul pascolo. La sua vita è molto impegnativa, mai un riposo, mai uno svago, non c’è festa, ricorrenza. Le pecore mangiano sempre! La prima Mungitura inizia alle ore sette, duecento pecore… verso le undici il marito ritira il latte, circa 50 litri. Poi, il gregge va al pascolo e le pecore e le capre brucano insaziabili l’erba, sino verso le ore 18. L’erba di maggio è la migliore, fresca e profumata per i tanti fiori ed erbe selvatiche. Ne guadagna il sapore del formaggio. Alina trascorre il tempo in Valle Giumentina sorvegliando il gregge, se si allontana, lo fa tornare indietro con un fischio. Ha l'abitudine di ricompattarle anche con suoni gutturali incomprensibili. Se il gregge non ubbidisce, manda i cani che abbaiando, danno piccoli morsi alle gambe delle pecore e capre e li riunisce. Con il sole o la pioggia, freddo o caldo, con qualsiasi avversità meteo, Alina è sempre vigile e presente.

 

Il gregge sa che a una certa ora deve tornare allo stazzo, perché alle ore 19 inizia la seconda mungitura.

Il gregge, dopo la disgrazia meteo, (grande nevicata) e la follia umana, (arse vive 150 pecore e capre anche gravide), è cresciuto. Sono nati circa cinquanta agnelli e capretti. Alina cerca di vivere onestamente e in modo semplice, affrontando gli ostacoli della vita umana, lottando contro le difficoltà, l’egoismo, le cattiverie. Gli agnelli e i capretti appena nati, sono in “lockdown” … isolati…, nello stazzo, in un loro recinto, dove hanno l’acqua, la lettiera con il mangime ed aspettano il rientro del gregge. Non vanno a brucare l’erba, non ce la farebbero a camminare e bloccherebbero anche le mamme, che si fermerebbero per aiutarli.

Nelle vicinanze dello stazzo, ho lasciato sia Alina che il gregge e mi sono anticipato per fotografarli. Immaginavo quello che sarebbe accaduto dopo pochi minuti. Mentre fotografavo, all’improvviso, il silenzio è stato rotto dal belare piagnucolante dei capretti e agnelli che aspettavano le mamme per mangiare e trascorrere la notte protetti. Mi sono trovato circondato dal gregge, che spingeva per entrare nello stazzo. Alina è arrivata, ha aperto il cancello, ed a questo punto il gregge si è diretto verso il recinto degli agnelli e capretti. Alina ha aperto anche questo cancello ed ora si è creata una confusione totale. Gli agnelli e i capretti sembravano impazziti, famelici si attaccavano al seno, riuscendo a trovare la loro mamma. Difficile che qualcuno approfitta di un altro seno. Alcuni non ce la fanno a succhiare il latte della mamma e Alina si prodiga ad allattarli con il biberon.

Calmata la fame, alle ore 19 inizia la seconda mungitura che termina alle ore 23. Alina ha realizzato, arrangiandosi con quello che ha trovato, un passaggio stretto, (tipo forca caudina), che termina con un cancello che si apre e chiude, fatto funzionare da una rudimentale asta. Con la lampada frontale, una giacca per ripararsi e con qualsiasi situazione meteo, la mungitura si deve fare. La pecora entra in questo corridoio, una per volta, viene munta e poi aperto il cancello, esce e ne entra un’altra. Si lavora molto, ma il guadagno è poco. Per realizzare un chilo di formaggio, occorrono sei litri di latte. Ogni pecora e capra, nelle due mungiture, ne produce mezzo litro. In totale circa 15 chili di formaggio al giorno. Per poterlo mangiare, occorrono due giorni, dopo la lunga filiera: bollitura, caglio, sistemare il formaggio negli stampi tipici forati, spremitura per far uscire il liquido sieroso che si fa bollire per la ri-cotta, (quindi doppia cottura), la salatura e infine la stagionatura. Le spese sono tante, bisogna pensare al veterinario, al mangime per gli agnelli appena nati, acquistare il caglio, il sale, la bombola del gas. Due persone che lavorano a tempo pieno. E la tosatura?

La lana non la vuole più nessuno, meglio i derivati del petrolio …! Anche i cani devono mangiare, perché lavorano tanto. La sera, al rientro nello stazzo, si prepara il Pancotto, con il pane raffermo e il liquido spremuto che si ricava dalla produzione del formaggio. Poche ore di riposo ed Alina inizia una nuova giornata. Parlando del coronavirus, Alina mi ha confessato che avrebbe voluto anche lei restare a casa e, dormire tanto, ma va bene così, ama il suo lavoro. L’ho lasciata per un paio di ore, perché mi sono recato all’Eremo di San Bartolomeo in Legio (700 m). Mentre camminavo sul prato, con l’erba alta, ho ascoltato un fruscio e.… un tutt’uno… un grido… una biscia nera lunga circa un metro e mezzo.

Mi ha sfiorato lo scarpone. Non è un serpente velenoso, ma la sua dimensione può incutere paura, soprattutto a chi teme li teme. Ripresomi dallo spavento, ho seguito il sentiero “S” del parco, ben manutentato, per l’eremo di San Bartolomeo in Legio, (è uno dei dodici apostoli e faceva il pescatore). È un eremo solitario ed appartato, l’escursione è piacevole, facile, panoramica, storica. L’eremo si trova nel Parco Nazionale della Maiella, nel Fosso di Santo Spirito, nel comune di Roccamorice (PE).

Era una dipendenza dell’Eremo di Santo Spirito a Maiella, poco distante e fu restaurato da Pietro da Morrone, all’incirca nell’anno 1250.

Pietro da Morrone fu eletto papa il 29 agosto del 1294, con il nome di Celestino V, ma rinunciò al pontificato il 13 dicembre dello stesso anno.

Fu proclamato santo il 5 maggio del 1313 da papa Clemente V.

In questo eremo, Pietro da Morrone vi dimorò tra il 1274 e il 1276, con alcuni discepoli.

Procedo per il prato nella Valle Giumentina (740 m), incontro due capanne pastorali andate in rovina (804 m) e mi affaccio sul Fosso di santo Spirito. Il sentiero per la discesa al torrente Capo La Vena – Capo Lavino, (660 m) è ripido, ma vedere l’eremo mimetizzato nella roccia calcarea, procura una soddisfazione di pace.

Il panorama è indescrivibile Si attraversa il torrente su un ponte naturale ricavato nella roccia, affiancato ad una piccola sorgente. Il torrente scorre in una gola profonda, Vallone san Bartolomeo, scavata nella roccia e immerso in un’oasi ben conservata, in un verdeggiante incantesimo. Ora bisogna salire le scale lucidissime, quindi scivolose, che introducono all’eremo. Si arriva al camminamento situato su una panoramica balconata. L'eremo è formato da una cappella e da due vani scavati nella roccia, destinati agli eremiti. Mi sono fermato poco tempo per tornare da Alina e assistere alla mungitura.

Storia, tradizione, ambiente, flora, fauna, pastorizia, panorama, lavoro, silenzio, meditazione, tutto questo dopo l’isolamento?

Difficoltà: T/E Distanza: 6 km A/R Dislivello: 280 metri Durata: 2 ore e 30 minuti senza soste

Ultima modifica il Martedì, 19 Maggio 2020 18:21