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Mercoledì, 01 Aprile 2026 15:51

Il crepuscolo degli azzurri e la nuova reggenza di Forza Italia

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​"Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; si fa la rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura."

— George Orwell


​Il destino di Forza Italia sembra oggi appeso a un filo sottile, teso tra le stanze romane della politica e i corridoi ovattati della finanza milanese. Quello che stiamo osservando non è soltanto un rimpasto di poltrone o una banale dialettica interna a un partito di governo; è la mutazione genetica di una creatura politica che, rimasta orfana del suo fondatore, cerca disperatamente una nuova identità sotto l’occhio vigile e severo della famiglia Berlusconi. Il rinvio del vertice tra Antonio Tajani e Marina Berlusconi non è un semplice contrattempo d’agenda, ma il segnale plastico di una distanza che si fa abisso, di un’attesa che sa di giudizio.


​La fine dell'era dei "Fedelissimi"

​Per anni, la struttura di Forza Italia è stata monolitica, cementata dal carisma del Cavaliere. Oggi, quel monolite mostra crepe profonde. La caduta di Maurizio Gasparri al Senato, sostituito da Stefania Craxi, ha segnato l’inizio di una "normalizzazione" che molti leggono come una vera e propria epurazione dei quadri ritenuti troppo autonomi o non più in linea con la visione della proprietà. Se il Senato è stato il laboratorio, la Camera dei Deputati è il campo di battaglia attuale.

​Il nome di Paolo Barelli, capogruppo a Montecitorio e uomo di fiducia del segretario Tajani, è finito nel mirino della fronda interna. Ben ventotto deputati su cinquantaquattro hanno già espresso il proprio malcontento, chiedendo un cambio di passo. L'alternativa che si profila ha il volto di Deborah Bergamini, una figura che incarna perfettamente il ponte tra il passato berlusconiano e la necessità di un futuro più istituzionale e meno "correntizio". Ma non è solo una questione di nomi; è una questione di metodo.


​Il peso di Arcore (e Segrate) sulla politica romana

​Il rinvio dell'incontro tra Tajani e la presidente di Fininvest, spostato a dopo Pasqua, indica che a Milano non c'è fretta di concedere l'assoluzione. Marina Berlusconi, pur non avendo mai mostrato il desiderio di scendere direttamente in campo, sta esercitando un potere di veto e di indirizzo che non ha precedenti nella storia della Seconda Repubblica. La famiglia non sembra più disposta a finanziare un partito che non produce idee o che si perde in piccole beghe di tesseramento.

​Le parole di Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario del partito, sono state una sciabolata nel buio: "Di congressi tradizionali sono morti i partiti tradizionali". Questa dichiarazione sottolinea il cuore del problema: Tajani insegue una legittimazione formale attraverso i congressi regionali, mentre la "base alta" del partito chiede contenuti, una linea politica chiara nel centrodestra e, soprattutto, una gestione trasparente delle nomine.


​La partita delle nomine e l'ombra di Leonardo

​Uno dei punti di massima frizione riguarda proprio la gestione delle caselle chiave nelle grandi aziende di Stato. Il caso Leonardo, con l'indicazione di Stefano Cuzzilla, sembra essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il fatto che Paolo Barelli stia gestendo queste partite senza consultare figure storiche come Gianni Letta, o la stessa Marina Berlusconi, è stato interpretato come un atto di insubordinazione, o peggio, di dilettantismo politico.

​Milano osserva, valuta e colpisce. La sostituzione di Gasparri con Stefania Craxi non è stata solo una scelta di merito, ma un messaggio simbolico: Forza Italia deve tornare a essere il polo liberale, garantista e atlantista, lontano dalle tentazioni populiste e dalle logiche di bottega. Se Tajani non riuscirà a ricucire questo strappo, la sua leadership potrebbe diventare puramente formale, svuotata di ogni reale potere decisionale.


​Un partito in cerca d'autore

​In questo scenario, i nomi di Alessandro Cattaneo e Giorgio Mulè rimangono sullo sfondo, pronti a intervenire in caso di un ulteriore deterioramento dei rapporti. La strategia di Tajani — che nei giorni scorsi ha persino minacciato le dimissioni — sembra quella del "muro contro muro", ma è una tattica rischiosa quando dall'altra parte della barricata siede chi detiene le chiavi della cassaforte e del simbolo.

​Il cielo sopra Forza Italia, come descritto nelle cronache parlamentari di questi giorni, è "sempre più grigio". La sconfitta al referendum sulla giustizia è stata il catalizzatore di un malumore latente che ora esplode in tutta la sua forza. Non si tratta più di vincere o perdere le elezioni, ma di decidere se Forza Italia debba sopravvivere come entità autonoma o trasformarsi definitivamente in una "fondazione politica" gestita per via ereditaria e fiduciaria.


​Conclusioni: La Pasqua di Tajani

​Le prossime due settimane saranno cruciali. Antonio Tajani dovrà presentarsi all'incontro con Marina Berlusconi non solo con un elenco di tesserati, ma con un progetto politico credibile. Dovrà dimostrare di saper mediare tra le esigenze di governo — dove ricopre il ruolo fondamentale di Ministro degli Esteri — e le istanze di una famiglia che non vuole vedere dilapidato il patrimonio politico del padre.

​La politica, diceva qualcuno, è l'arte del possibile. Ma per Forza Italia, in questo momento, sembra essere soprattutto l'arte della sopravvivenza. Se il rimpasto alla Camera dovesse concretizzarsi con l'uscita di Barelli, la vittoria della linea "milanese" sarebbe totale. A quel punto, Tajani resterebbe un segretario dimezzato, custode di un tempio i cui veri sacerdoti risiedono altrove.

​Il crepuscolo degli azzurri non è ancora notte fonda, ma le ombre si allungano velocemente. E, come insegna la storia, nel vuoto di potere lasciato dai grandi leader, raramente si afferma chi grida più forte; quasi sempre vince chi sa aspettare il momento giusto per cambiare le carte in tavola. Pasqua, per Forza Italia, potrebbe non portare una resurrezione, ma una radicale e dolorosa trasformazione.

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