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Venerdì, 03 Luglio 2026 16:11

Putin e Trump: i grandi sconfitti

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​«La suprema arte della guerra è vincere il nemico senza combattere. Chi si impantana in una guerra d'attrito scoprirà che persino le vittorie assomigliano a disfatte.»

— Sun Tzu, L'arte della guerra


​I complessi scenari internazionali dell'estate del 2026 stanno delineando un quadro inequivocabile nel quale Putin e Trump emergono come i grandi sconfitti di una transizione storica epocale, schiacciati rispettivamente dagli insuccessi militari sul campo e dall'isolamento politico strategico. Questa convergenza di declino, che si riverbera dall'Europa Orientale alle dinamiche dell'elettorato occidentale, dimostra come la dottrina dell'iper-nazionalismo aggressivo e della transazione cinica stia mostrando vistose crepe strutturali di fronte alla tenuta delle istituzioni democratiche e alla resistenza asimmetrica delle nazioni sovrane.

​I dati empirici più recenti sul conflitto russo-ucraino evidenziano un collasso logistico e tattico per il Cremlino che va ben oltre la semplice battuta d'arresto. Le analisi dettagliate fornite dall'Institute for the Study of War (ISW) rivelano una drammatica e oggettiva realtà: nel corso degli ultimi mesi, l'avanzata delle forze d'occupazione russe in Ucraina ha registrato una frenata record, trasformandosi in un autentico pantano di logoramento. Quella che nei piani di Mosca doveva essere una rapida e travolgente operazione di annessione si è mutata in una voragine umana, economica e materiale senza precedenti storici moderni.

Il collasso matematico dell'offensiva russa

​I numeri del fallimento strategico moscovita parlano chiaro e non lasciano spazio alla propaganda di regime. Nel corso del mese scorso, l'esercito russo è riuscito a prendere il controllo o a infiltrare appena 30,42 chilometri quadrati di territorio ucraino. Per comprendere appieno l'entità di questa paralisi operativa, basti pensare che nello stesso periodo dello scorso anno i chilometri quadrati conquistati erano stati ben 481,25. La media giornaliera dell'avanzata è letteralmente crollata in modo verticale da 16,04 chilometri quadrati a un misero 1,01 chilometri quadrati al giorno.

​Questo trend di drastico rallentamento, iniziato in modo vistoso fin dallo scorso novembre, è il sintomo visibile di un esercito esausto, privo di motivazione e incapace di generare una massa critica sul terreno. Le forze di Mosca sono costrette a scontrarsi contro le linee difensive ucraine radicalmente fortificate e sostenute dall'intelligence occidentale. In particolare, lungo i settori nevralgici di Kupyansk e Oleksandrivka, la controffensiva tattica e logistica di Kiev è riuscita a congelare ogni iniziativa nemica, bloccando i russi in una guerra di posizione logorante.

​Gettando lo sguardo sul bilancio complessivo del primo semestre, il divario statistico diventa ancora più impietoso per le ambizioni del Cremlino. Da gennaio a giugno dello scorso anno, le forze di Mosca avevano preso il controllo di 2.189,87 chilometri quadrati di territorio ucraino. Nello stesso periodo del 2026, la cifra è precipitata a soli 622,60 chilometri quadrati: si tratta appena del 28,43 per cento del risultato ottenuto un anno fa. La Russia, in sostanza, consuma enormi risorse per rimanere sostanzialmente ferma.

​Il prezzo di sangue e ferro imposto da Mosca

​Questo squilibrio strategico mette in luce il prezzo insostenibile che il regime di Vladimir Putin sta imponendo alla propria nazione e alla propria macchina bellica. Secondo i dati incrociati dello stato maggiore, le forze russe hanno registrato nel solo mese di giugno l'agghiacciante cifra di 39.490 vittime (tra morti e feriti gravi). Questo significa una densità di perdite pari a 1.298 vittime per ogni singolo chilometro quadrato di territorio conquistato o infiltrato. Al contrario, nel giugno dello scorso anno, le vittime erano stati 32.680, ma spalmate su un territorio molto più vasto, con una media di 68 vittime per chilometro quadrato. Il costo umano della guerra per la Russia è dunque aumentato di quasi venti volte in termini di efficacia territoriale.

​Parallelamente al dramma umano, il logoramento dei mezzi tecnologici e dei corazzati ha raggiunto livelli critici. Sempre nel corso dell'ultimo mese, i russi hanno perso ben 12.867 mezzi pesanti e carri armati, a fronte dei 3.395 persi nel giugno precedente: un incremento distruttivo pari a un fattore di 3,8. Ancora più macroscopico è il dato relativo ai droni bellici, divenuti il termometro della superiorità tecnologica sul campo: Mosca ha visto distrutti o neutralizzati tra i 60.000 e gli 84.000 droni in trenta giorni, contro i 4.581 dell'anno precedente, registrando un balzo in avanti delle perdite pari a un fattore di 13,3.

​Questo dissanguamento di hardware militare indica che l'industria bellica russa, pur totalmente convertita a un'economia di guerra e supportata da forniture estere sotterranee, non è più in grado di compensare il tasso di attrito imposto dalle moderne armi contraeree e tecnologiche in dote a Kiev. In questo contesto di debolezza strutturale sul terreno, i raid massicci condotti con missili e droni sulla capitale ucraina – pur provocando stragi dolorose tra la popolazione civile – non rappresentano una posizione di forza o di imminente vittoria. Al contrario, si configurano come atti di pura frustrazione bellica e terrorismo psicologico, volti a mascherare un'armata che al fronte si è definitivamente impantanata.

​L'isolamento speculare di Donald Trump

​Sul fronte transatlantico, la parabola discendente e il vicolo cieco in cui si trova Vladimir Putin trovano un riflesso politico e speculare perfetto nella figura di Donald Trump. Il tycoon newyorkese, che ha fondato gran parte della propria recente retorica internazionale sulla promessa messianica di poter risolvere il conflitto in Ucraina in "soli due giorni" attraverso un accordo transattivo basato sulla rinuncia territoriale da parte di Kiev, assiste oggi all'evaporazione della propria credibilità geopolitica.

​La dottrina dell'isolazionismo americano, del disimpegno dai trattati transatlantici e del cinismo mercantile applicato alle alleanze storiche si sta scontrando con la dura realtà del 2026. L'Europa ha riscoperto con vigore la propria necessità imperativa di sicurezza e sovranità strategica, comprendendo che la stabilità globale non può essere barattata con la sottomissione ai desiderata delle autocrazie. I recenti tentativi di Trump di accreditarsi come l'unico mediatore globale credibile vengono respinti con fermezza sia dalla leadership ucraina – la quale continua a esigere il totale ripristino dei confini sovrani e l'invio costante di sistemi difensivi ad alta tecnologia come i Patriot – sia dalle principali cancellerie europee.

​I costanti e talvolta ambigui elogi formulati da Trump nei confronti di singole leadership conservatrici europee vengono ormai letti dalla comunità internazionale non come mosse diplomatiche di alto profilo, bensì come tentativi strumentali e disperati di incrinare l'asse democratico globale per meri fini elettorali interni. L'opinione pubblica occidentale, posta di fronte alla brutalità matematica e alla ferocia della guerra di logoramento russa, percepisce i proclami di Trump non come pragmatismo pacificatore, bensì come una forma di pericoloso appeasement ideologico che finirebbe per destabilizzare l'intero ordine mondiale, legittimando l'uso della forza nelle relazioni internazionali.

La convergenza dei destini autocratici

​Il legame profondo e indissolubile che unisce la sconfitta sul campo di Putin al declino strategico di Trump risiede nella comune incomprensione delle dinamiche storiche contemporanee. Entrambi i leader hanno scommesso pesantemente sulla frammentazione strutturale dell'Occidente, sulla presunta debolezza intrinseca delle democrazie liberali e sulla cinica prevalenza della forza bruta o dell'isolazionismo economico protetto.

​Tuttavia, la prolungata e resiliente resistenza ucraina, supportata da una coalizione internazionale che non ha ceduto ai ricatti energetici, alimentari o nucleari, ha dimostrato che il fattore della coesione valoriale e della difesa del diritto internazionale supera in efficacia la rigidità delle pianificazioni autocratiche. Mentre il Cremlino consuma sistematicamente le proprie risorse umane ed economiche in una guerra d'attrito insostenibile che ipoteca il futuro demografico ed economico della Russia per i prossimi decenni, il trumpismo si trova progressivamente ed inesorabilmente emarginato dai flussi principali del dibattito geopolitico globale.

​Le forze moderate e le istituzioni internazionali stanno riprendendo il controllo della narrazione geopolitica, consapevoli che la pace non può nascere dalla capitolazione dei popoli aggrediti. La fine dell'illusione dell'avanzata russa nell'estate del 2026 segna, in ultima analisi, il tramonto di un'intera stagione politica globale fondata sul sovranismo aggressivo e sul disprezzo delle regole comuni. Putin e Trump si riscoprono così drammaticamente uniti da un medesimo destino storico: essere i grandi sconfitti di un mondo moderno che ha deciso fermamente di non arrendersi alla logica dei blocchi contrapposti, della violenza militare e della sottomissione geopolitica.

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