Massimo Oddo non è più l’allenatore del Pescara e con lui svanisce il grande sogno di un calcio nuovo. Che non si osi parlare di utopia, di velleità risibili finite schiacciate dal peso informe della cruda realtà, non lo pensiamo né mai lo penseremo. Se la stagione è scivolata come sappiamo, non è certo per colpa dei sogni, semmai – al contrario – a mancare è stato il coraggio di perseguirli fino in fondo, contro tutto e tutti. In direzione ostinata e contraria, direbbe De Andrè, in costante proiezione offensiva, tradotto in calcese stretto.
È il 16 maggio 2015 quando Sebastiani si trova in macchina con i direttori Repetto e Pavone. Il viaggio, come le storie antiche, con il tempo ha assunto i contorni della leggenda: il Pescara ha perso a Varese, manca una giornata alla fine del campionato, il presidente si lascia convincere ad esonerare Marco Baroni, al suo posto Massimo Oddo. C’è da affrontare il Livorno, se si vince si va ai playoff, altrimenti la stagione finisce lì. Il Pescara batterà i toscani 3 a 0 e il mister sembra avere il favore degli dei, i suoi biancazzurri navigano verso una promozione che avrebbe dell’incredibile. Quella serie A, però, chiuse, sbattendo, le proprie porte, al suono di una traversa bolognese.
Qualcosa, tuttavia, era cambiato. Da Bologna a Trapani è stato un volo straordinario: Lapadula, la banda bassotti, Campagnaro si, Campagnaro no, la crisi, Pasquato, Perugia, il diluvio di Novara, il gol di Verre, le lacrime consolate di Cosmi, il trionfo del mister. Oddo, da pescarese vero, ha fatto propria l’anima della città e l’ha trasformata in un’allegra e sfacciatissima banda di ragazzi terribili. Le sue idee di calcio, il suo parlare d’azzardo e giocare a rilancio, hanno fatto innamorare i pescaresi, soldati calciofili in eterna attesa di capitani come lui. Ci era sembrata una rivoluzione, eravamo pronti a debellare dal calcio i virus della noia e del catenaccio. In verità eravamo già pronti nel 2012, ma il capitano di allora non fu pronto ad essere pescarese per sempre.
Naturalmente, come ogni storia, anche questa ha un suo lato prosaico. Oddo non è più l’allenatore del Pescara perché sono stati commessi degli errori, dei quali molte volte ci siamo occupati: il mister avrebbe potuto alzare di più la voce durante il fallimentare mercato estivo, non lo fece forse perché abbagliato dagli esordi più che incoraggianti; avrebbe potuto insistere sulla strada di gioco da lui stesso tracciata, invece di abbozzare storti tentativi di allineamento al pensiero dominante, con il solo risultato di privare la squadra della propria identità; avrebbe potuto essere – in alcuni frangenti – un contrappeso alla società, le cose buone nascono soprattutto da tensioni positive tra opinioni diverse. Tutto questo ha contribuito a generare un esonero mal gestito (prima la conferma, poi l’allontanamento) e deciso da una società colpevole quanto e più di tutti gli altri.
Senza timore di sbilanciarci, crediamo che Oddo avrà un futuro radioso, il suo calcio ha il diritto di esistere. Noi intanto, sebbene messi a dura prova, non possiamo che resistere agli attacchi di normalizzazione provenienti da ogni dove. Continueremo a scrivere che un calcio diverso è possibile, che il calcio di Oddo è possibile, che si può anche perdere, ma “come giochiamo noi, nessuno!”.



