Racconti
Insolitamente, a volte capita che, nella patria del divertimento estivo per antonomasia, si avverta per una sera il desiderio di fuggire dal delirio di decibel, colori e cocktail dai nomi esotici e di andare a respirare un po’ di sana e refrigerante aria notturna cittadina, invece del solito stordente mix di profumi e dopobarba appartenenti ai mille volti della calca che occupa i marciapiedi del lungomare.



Oggi vorrei parlarvi di cultura. Sarà bene precisare – anche se lo vado ripetendo spesso – che parlerò della parola “cultura”. Sperando che ciò possa servire ai lettori a capire sempre meglio che cosa sia esattamente cultura, fedele al compito che mi sono assegnato: di far capire che cosa intendo quando parlo di trasparenza linguistica.
Oggi intendo parlarvi di scuola. Della parola: scuola, naturalmente. E non della /scuola/: l’istituzione pubblica o privata – designata da questa parola – che tutti noi conosciamo, in cui, da parte di alcune persone considerate maestri (magister, qualcuno che ha di più in autorevolezza, già formato, e in grado di formare) viene svolta l’attività di ammaestramento, fornire cioè ai più giovani le conoscenze nei diversi campi del sapere, o anche le abilità in arti, mestieri e professioni, al fine di renderli esperti e capaci. Oggi si direbbe: “di formarli”.
